venerdì 30 aprile 2021

Falesia di Rochefort (Arvier)

Remy in azione nel settore basso della falesia.
Con un po' di fantasia, la roccia ricorda quella della Val Pennavaire (Albenga).

Le "canne" della Valgrisenche.
Un momento dei lavori nel settore alto della falesia (foto A. Benato).


È stata scoperta quasi per caso nelle pause tra un tiro e l'altro nella falesia di Saint-Nicolas a fine novembre 2020, osservando il versante opposto della valle; con Remy abbiamo pronunciato la solita frase "bisogna andare a vedere". Detto, fatto: pochi giorni dopo, mi manda una foto della parete, visitata in una pausa pranzo. Si intuisce che ci sarebbe stato un po' di lavoro da fare ma in due si procede molto più velocemente che da soli, quindi ci siamo lanciati nel progetto. Complice un inverno non eccessivamente rigido, ci siamo concentrati sul settore "Basso", maggiormente soleggiato e al riparo dal vento da Ovest. Nelle giornate particolarmente rigide si puliva e si chiodava, quando invece la temperatura lo consentiva provavamo a scalare i tiri. Appena terminato, è stata immediatamente sparsa la voce che ha attirato un gran numero di appassionati, sempre a caccia di tiri nuovi su cui scalare.

Non appena il clima è diventato più mite, poi, abbiamo messo mano al settore "Alto", cercando di finire i lavori il prima possibile anche in ragione dell'interesse per il settore basso della falesia, in cui si sono contate anche 12 persone in un solo giorno (su 7 tiri...).
Attualmente sono disponibili 16 lunghezze di corda, dai 15 m ai 30 m, con difficoltà compresa tra il 5c e il 7b; il grado medio della falesia si attesta sul 6c. La roccia è una sorta di rarità per la zona e non presenta elementi comuni con le due celebri falesie che si trovano a monte (La Ravoire) e a valle (Leverogne): ricorda vagamente quella della Valle Pennavaire, con tacche abbastanza nette ed elementi calcarei come piccole canne o concrezioni. Poi, chiaramente, come ricorda il nome di un tiro nel settore alto, siamo in Valle d'Aosta... ma *Sognare non è proibito* (7a). Per l'origine di quasi tutti gli altri nomi delle vie, rivolgersi a Federico F. fonte inesauribile di ispirazione.
Vista la compattezza della roccia, purtroppo solo relativa, abbiamo scelto di attrezzare le vie con tasselli per calcestruzzo fessurato MKT BZ Plus M12 x 110 mm abbinati a placchette VE (Vertical Evolution) e Raumer, tutto rigorosamente inox 316L (A4); alle soste si trova sempre una catena con doppio anello chiuso per agevolare lo scorrimento della corda e per ridurre l'usura negli anni. La "manovra" è obbligatoria.

Ricordo che l'utilizzo della falesia è sotto la completa responsabilità dell'utilizzatore, il quale deve essere in grado di gestire il rischio e di valutare il materiale a cui affida la propria vita.
Per qualsiasi segnalazione di pericolosità, l'invito è quello di condividere l'informazione.

TOPO FALESIA DI ROCHEFORT

Se qualche anima gentile, mossa da altruismo e benevolenza, volesse poi contribuire alle spese sostenute per l'acquisto del materiale, può liberamente fare un'offerta al seguente link. Grazie di cuore!
Non si tratta di elemosina, bensì di contributo al corretto mantenimento di un'attività che - purtroppo - è ancora possibile solo grazie alla buona volontà di pochi appassionati.

 

mercoledì 17 febbraio 2021

Valgrisenche - Falesia della Centrale

Ci sono vari modi per presentare una nuova falesia. Si può semplicemente descriverne le caratteristiche e illustrare gli itinerari attrezzati, elencando nomi e difficoltà, oppure si può raccontarne la genesi e il processo che ha portato al compimento dell'opera. Entrambe le soluzioni possono essere noiose oppure interessanti; questione di essere interessati all'argomento. Chi vuol conoscere le informazioni strettamente necessarie per scalare è libero di saltare direttamente alla scheda tecnica; i più curiosi invece possono leggere un breve racconto che inquadra quella che è stata chiamata “La falesia della Centrale”, in Valgrisenche.
C'è subito da puntualizzare che questo nuovo spot si trova in Valgrisenche e non a Valgrisenche; l'asse vallivo infatti è diviso, più o meno in corrispondenza del villaggio di Revers, dove si trova una nota falesia di arrampicata estiva. A monte, Valgrisenche appunto; a valle, Arvier. Provate a dire ad un abitante di Arvier che Planaval – località nota per essere base dell'ultima tappa della competizione scialpinistica internazionale “Tour del Rutor”, non lontano dalla falesia che viene qui descritta – si trova in Comune di Valgrisenche; è il modo migliore per giocarsi un assaggio del rinomato genepy che si produce artigianalmente da queste parti, oltre naturalmente a rimediare una lunga romanzina sulla geografia politica della valle.
Dopo questa premessa semiseria, veniamo alle considerazioni più tecniche sulla parete e sull'arrampicata. Si tratta di una fascia rocciosa alta dai 20 ai 35 metri e lunga una cinquantina di metri circa che si trova a poca distanza in linea d'aria dal settore di arrampicata su roccia “La Confession”, a valle del bivio per Planaval. La falesia prende il nome dalla vicina centrale idroelettrica, completamente ristrutturata nel 2012, già operativa negli anni '50 durante i lavori di costruzione della Diga di Beauregard. Lo strapiombo roccioso dove corrono le attuali vie di dry tooling si trova esattamente sotto il troppo pieno della vasca di carico della piccola condotta che si costeggia nell'avvicinamento. L'apporto idrico per formare stalattiti ghiacciate di tutti i tipi è più o meno costante; le condizioni ideali per scalare con piccozze e ramponi si trovano quindi dopo un periodo di freddo costante, senza eccessivi sbalzi di temperatura purtroppo sempre più frequenti negli ultimi anni. La quota e l'esposizione (1450 m, Sud Sud Est) non sono delle più propizie ma il fatto che la Valgrisenche sia rinomata per l'ottima qualità della neve è sintomo di basse temperature generali. Almeno così dicono.
Nel corso degli anni, la parete non ha avuto il successo delle altre falesie nei paraggi. Nel 2000 erano state attrezzate tre vie di arrampicata per una selezione per aspiranti guide alpine valdostane. Itinerari caduti ben presto nell'oblio per vari fattori, l'ultimo dei quali è senza dubbio la messa in funzione della centrale idroelettrica, nel 2012. L'acqua in esubero della vasca di carico viene regolarmente scaricata sullo strapiombo rendendo impraticabile l'arrampicata sportiva. Nella stagione fredda però cambia tutto, rendendo possibile ciò che in estate non lo era più. Questione di riciclo e ottimizzazione delle risorse.
Veniamo ora alle fasi più recenti della valorizzazione del settore, che sostanzialmente sono legate ad una coincidenza fortuita. Ad inizio dicembre, mi ero messo d'accordo con Anna Torretta per andare scalare su ghiaccio. Le condizioni non si presentavano come allettanti per cui le ho proposto di provare a “mettere il naso” (un po' di sana ironia non guasta!) in un luogo che ho sempre desiderato esplorare in inverno ma che non ho mai fatto, forse proprio per l'eccessiva semplicità della logistica. E sicuramente il pensiero di tanti ghiacciatori transitando in quel posto sarà stato: “un giorno bisogna andare a vedere quelle stalattiti”.
Anna, come sempre, non si era tirata indietro. Il rischio di fare un giro a vuoto era elevato ma siamo stati premiati: dopo soli 10 minuti di cammino ci siamo ritrovati sotto uno strapiombo regolare interamente tappezzato di ghiaccio sotto forma di stalattiti di ogni grandezza. Il pensiero e il paragone sono subito andati alla falesia di Ueschinen, che avevo sempre sognato e ammirato nei video degli albori del misto moderno e dove Anna invece aveva avuto la fortuna di scalare. Senza perdere toppo tempo in paragoni e studi di fattibilità, abbiamo riattrezzato e rettificato uno dei tre itinerari presenti, ribattezzandolo per l'occasione “Badedas”, in onore della doccia epica sugli ultimi metri di ghiaccio per uscire in cima. Sono nati poi altri itinerari, sempre attrezzati dal basso con fix inox A4 (316L) nella speranza di dover effettuare meno manutenzione negli anni a venire.
Purtroppo il caldo e le piogge anomale di fine gennaio hanno notevolmente degradato il “paradiso” originale, che rimane comunque immortalato negli scatti dell'amico/collega Marco Spataro. Abbiamo così potuto constatare che su molti itinerari è possibile arrampicare anche in assenza di ghiaccio, nonostante risulti molto più divertente la versione “mista”.
Attualmente sono presenti nove tiri, di cui due con sosta intermedia per scalare solo la prima parte relativamente più facile. Cinque vie a sinistra possono beneficiare dell'uscita su ghiaccio, mentre le quattro a destra sono comunque total dry. Si arrampica su prese naturali di tutti i tipi: tacche nette, prese oblique, buchi, fessure, piatti, ecc. Purtroppo in due brevi tratti è stato necessario ricorrere ai fori artificiali: cinque buchi in totale su due itinerari (*Tutti Maestri con il compressore degli altri* M10 e la seconda parte di *Reunion* D10) per creare agganci indispensabili alla progressione. Nulla vieta di tapparli se qualcuno riesce a passare senza usarli. La gestualità imposta è molto varia e la lettura della roccia impone un minimo di adattamento; dopo un giro di ricognizione appare tutto più evidente, come succede sovente nel dry tooling.
Una raccomandazione infine relativa alla sicurezza. Sotto lo strapiombo si è al riparo; non sostare invece all'esterno, in direzione delle stalattiti di ghiaccio. L'acqua eventualmente scaricata da monte non costituisce un vero problema; al limite può dare fastidio per alcune uscite (che eventualmente si possono evitare). La qualità della roccia, in generale, è abbastanza buona ma permangono alcune porzioni di dubbia tenuta in caso di temperature sopra lo zero. Valutare di volta in volta.

TOPO FALESIA DELLA CENTRALE

Le vie (da sinistra verso destra, con grado indicativo in stile DTS, senza Yaniro):

1. *Troppo pieno* (M. Giglio 2021), M9
2. *Badedas* (A. Torretta, M. Giglio 2020), M8
3. *Mowgli* (M. Giglio 2021), M9
4. *Badass* (A. Torretta, M. Giglio 2020), M9
5. *Tutti Maestri con il compressore degli altri* (M. Giglio 2021), M10
6. *Blind fix* (M. Giglio 2021), D6
7. *Reunion* (A. Torretta, M. Giglio 2020), L1: D7, L1+L2: D10
8. *Attenti al lupo* (A. Torretta, M. Giglio 2020), L1: D8, L1+L2: D11
9. *Tafonata* (A. Torretta, M. Giglio 2021), D8

Materiale: tutte le vie sono attrezzate con fix inox A4 (316L), tasselli M10 x 90 mm MKT BZ Plus e placchette Raumer. Soste attrezzate con catena e doppio anello chiuso, manovra obbligatoria. Corda da 70 m, 16 rinvii, casco, 2/3 viti da ghiaccio. Si consiglia di utilizzare lame da total dry (con punta ad uncino pronunciato) per non rovinare le tacche naturali che verrebbero consumate in breve tempo con lame poco adatte all'uso.
Esposizione
: Sud Sud Est, ad una quota di 1450 m circa.
Avvicinamento: da Arvier si imbocca la Valgrisenche, che si percorre fino a poco prima dei due tornanti che precedono il bivio per Planaval. Lasciare l'auto nello spiazzo a bordo strada che sovrasta l'edificio della centrale idroelettrica.
A piedi, dirigersi verso l'ingresso della Centrale e attraversare il torrente sull'evidente ponticello. Proseguire a destra, costeggiando la condotta forzata fino a quando si impenna decisamente. Dirigersi quindi a sinistra nel bosco e seguire una vaga traccia che conduce alla base della falesia. 10 minuti dal piazzale. Prestare attenzione alla movimentazione alla base della falesia e seguire il percorso indicato dal mancorrente (corda) alla base. Evitare di portarsi sotto le grandi frange sospese, molto pericolose in caso di caduta.

Foto Marco Spataro.

Foto Marco Spataro.

Foto Marco Spataro.

Foto Marco Spataro.

Foto Marco Spataro.

Foto Marco Spataro.

Foto Marco Spataro.

Foto Marco Spataro.

Foto Marco Spataro.

Foto Marco Spataro.

Il topo dell'accesso.

Il topo della falesia.

sabato 30 gennaio 2021

Valeille - *X-Files*

*X- Files* (80 m, III/5 M9+) è una pietra miliare del cosiddetto misto moderno. È stata aperta in maniera rocambolesca dall'inglese Steve Haston in compagnia della moglie Laurence Gouault, nel 1998. Con 5 spit piantati a mano e qualche chiodo da roccia, Haston ha superato la parte sinistra del grande strapiombo dietro la colonna (quando c'è) di Hard Ice in the Rock. Rocambolesca perché si narra che qualche fondista di passaggio nella pista sottostante abbia chiamato i soccorsi pensando che le urla provenienti dalla parete fossero di alpinisti in difficolta; forse era solo Steve che cercava di comunicare qualcosa a Laurence oppure semplicemente stava urlando durante la sua prestazione :-)
Ufficialmente si tratta del primo M10 della storia, anche se i ripetitori negli anni seguenti l'hanno declassata a M9+. Sul grado si potrebbe disquisire per ore senza, come al solito, arrivare da nessuna parte. Il dry-tooling non è come la roccia che presenta caratteristiche simili ogni anno; a seconda della quantità di ghiaccio presente può essere più o meno difficile, con oscillazioni anche superiori al grado. E non è poco. Se poi si aggiunge il fatto che sul finire degli anni '90 il misto moderno era in pieno fermento e i top climbers di allora si contendevano il grado massimo facendo rimbalzare una palla che sembrava a dir poco impazzita, può apparire piuttosto fuori luogo mettersi a giudicare adesso prestazioni fatte in un'altra epoca... anche se sono passati solo poco più di 20 anni. Quello che deve rimanere oggi, a mio parere, è la grande intuizione che hanno avuto menti visionarie come Lowe, Haston e Bubu Bole, solo per citare i più rappresentativi. Noi oggi possiamo solo divertirci con materiale molto più performante su una strada già tracciata. Per farlo però bisogna mettere in conto il fattore global warming che, rispetto a una volta, consente di avere condizioni accettabili per periodi molto più brevi. Generalmente il dry-tooling, almeno nelle Alpi Occidentali, si pratica su roccia di qualità non proprio eccelsa, consolidata dal gelo con temperature rigide ma assai fragile quando fa più caldo. Questione di saper scegliere il momento giusto.
*X-Files*, a differenza di altre vie considerate storiche, ha mantenuto nel corso degli anni il suo carattere severo. Il materiale in posto non è cambiato molto e le protezioni non sono ravvicinate; fattori che hanno sempre scoraggiato visite in epoca recente. A pochi anni dalla sua apertura, aveva ricevuto un buon numero di ripetizioni da parte dei top drytoolers mondiali, poi la via è caduta progressivamente nell'oblio tranne qualche sporadica incursione. In occasione di una di queste, erano anche stati aggiunti alcuni fix nella parte alta, modificando un poco la linea originale che invece piega nettamente a destra a cercare il corpo principale della colonna di Hard Ice.
Quest'anno, complice il bel lavoro di restauro da parte di N. Bruni e F. Civra Dano, molte cordate hanno approfittato per ridare lustro a questo pezzo di storia. Chiodi ribattuti e allungati con cordoni e moschettoni, bonifica generale (anche se la roccia, è bene ricordarlo, non è solidissima), primi tre spit originali sostituiti con fix inox più altri due lungo la variante di uscita più diretta garantiscono una scalata di ampio respiro, continua, mai veramente difficile ma sempre da gestire. In una parola: bello! La linea originale di Haston, come già detto, esce un poco più a destra (visibili ancora due boccole filettate dei vecchi spit-roc e due chiodi con cordone e moschettone marci) proprio sotto il grande strapiombo formato dalla stalattite. Per quanto riguarda la difficoltà, poco cambia. Probabilmente la linea di sinistra (quella riattrezzata) risulta un po' più "sicura", correndo al margine della colonna. Nulla vieta, in futuro di rispolverare anche l'uscita originale, cosicchè si possa scalare il tiro a piacimento oppure in base alla quantità di ghiaccio presente.
Tra i vari ripetitori di quest'anno, ci siamo messi in coda anche Anna ed il sottoscritto. Insieme avevamo già percorso nel 2005 il grande freestanding di Hard Ice in the Rock, che presentava una inquietante crepa di una trentina di centimetri nella parte alta. All'epoca, Anna era reduce da un periodo al top nel mondo del dry-tooling, con prestigiose ripetizioni dei più difficili itinerari (M12) ma le mancava *X-Files*, probabilmente frenata dal carattere expo ma silenziosamente attratta da quella chimera. Per me invece l'alta difficoltà nel misto era solo un miraggio da ammirare sulle riviste (ebbene sì, in quegli anni le riviste erano ancora più quotate del web). I tempi cambiano, le passioni restano, il livello tecnico fortunatamente cresce... ancora per poco, ahimé, devo approfittarne! Era naturale che proponessi ad Anna di tornare insieme su quella cascata per cercare di chiudere un cerchio.
Con il passare degli anni una persona dovrebbe avere maggior esperienza per valutare con attenzione le giuste condizioni. Purtroppo però gli impegni della vita non sempre consentono di poter scegliere liberamente, così ci siamo trovati al parcheggio di Lillaz con una temperatura a dir poco polare. Anche le previsioni meteo più dozzinali indicavano quello come il giorno più freddo del periodo ma abbiamo comunque voluto giocarci la carta: "alla peggio, facciamo una ricognizione" ci siamo detti. Tralasciando dettagli logistici tipo dimenticanza di imbracatura (leopardata, quindi non mia!) o robe simili, in qualche modo ci siamo portati alla base dello strapiombo. Ho voluto ugualmente provare un tentativo onsight, arenato purtroppo al primo spit... che si trova comunque quasi a metà tiro dopo la sezione più delicata. Peccato! La completa insensibilità alle mani però non mi avrebbe consentito di fare un centimetro in più. Stop per far tornare un minimo di sangue alle estremità e via di nuovo fino in cima senza appendermi. Anna si è poi occupata di smontare il tiro da seconda e fare una ricognizione. Troppo freddo veramente per fare un altro giro, quindi rientro alla base con doppie verticali comodamente servite su un imbrago di fettucce.
Siamo poi tornati quattro giorni dopo per chiudere un capitolo che appariva abbastanza scontato, anche se nel dry-tooling bisogna sempre far conto con la variabile "imprevisto" della piccozza che salta senza preavviso (se non caricata con la giusta angolazione). Con quasi 20 gradi in meno della volta scorsa, sono così riuscito a scalare in bello stile la via, mettendo anche le protezioni (non tante per la verità). Anna mi ha seguito a ruota precisa e concentrata, regalandosi per i 50 anni (!) un tiro importante. Cin cin, auguri e buon appetito da Andrea all'Hotel Ondezana di Lillaz: tagliatelle fresche al Bleu d'Aoste e birra del Gran San Bernardo per concludere degnamente la giornata.

Materiale: 1 corda da 80 m (sufficiente per fare moulinette), rinvii, viti da ghiaccio, friends da #1 X4 a #1 C4 BD, martello e una piccola scelta di chiodi.
Esposizione: Ovest, sole al pomeriggio.
Avvicinamento: lo stesso di Pattinaggio Artistico diretta, Hard Ice è la parallela di destra. 20 minuti circa dal parcheggio.
Discesa: con due doppie da 40 m (fix inox con anello di calata).

Martedì 26 gennaio: -17 gradi al parcheggio di Lillaz, primo tiro con il piumino pesante.
(foto A. Torretta)
 
Freddo polare ma provo comunque: tentativo onsight arenato a metà tiro circa, poco prima delle stalattiti di ghiaccio, per insensibilità totale delle mani. Comunque contento.
(foto A. Torretta)

Dopo una pausa per far tornare (parzialmente) la sensibilità alle mani, continuo fino in sosta senza appendermi. Conscio che con temperature più "umane" diventi tutto più facile.
(foto A. Torretta)

È più forte di lei, quindici anni fa scattava le stesse foto: meno male che assicura con il Gri-Gri!
(foto A. Torretta)

Sabato 30 gennaio: 0 gradi al parcheggio di Lillaz. Da un estremo all'altro ma almeno le mani sono calde.
(foto A. Torretta)

Nonostante i selfies dell'assicuratrice, riparto concentrato per il secondo tentativo con buona certezza di scalare in bello stile, anche piazzando le protezioni.
(foto A. Torretta)

Le foto sono tutte uguali, è vero... ma l'estetica di questo tiro è unica.
(foto A. Torretta)

Anche Anna chiude subito il tiro, dopo il giro di ricognizione della volta scorsa.

Quasi cent'anni in due... ma contenti di aver onorato un pezzo di storia del cosiddetto misto moderno.

sabato 25 luglio 2020

Gran Paradiso (relativamente) speedy

La stagione estiva 2020 è stata anomala sotto tanti aspetti, compresa l'assenza quasi totale di eventi agonistici. A dire il vero, le varie federazioni sportive si sono prodigate per redigere linee guida anti-coronavirus che però prevedono forzatamente una limitazione dell'aspetto principali nelle competizioni: il social-time. Ora più che mai ci si è accorti che la classifica è la colonna portante delle gare ma i momenti pre e post competizione sono forse quelli che tutti apprezzano di più.
Detto questo, atleti di ogni livello e di ogni sport si sono riciclati in prove più personali: sfide con se stessi oppure con i cosiddetti FKT (fastest known time), termine che per la maggior parte della gente - compreso il sottoscritto -  era sconosciuto fino a questa estate.
Ispirato dagli atleti professionisti della corsa in montagna che si sono scatenati sulle cime di 4000 metri, ho voluto provare anch'io a cimentarmi nella classica salita al Gran Paradiso, cercando di impiegare meno tempo possibile. Il tutto però in completa solitudine e senza alcuna assistenza esterna, cosa che invece non accade generalmente in occasione di ricerca assoluta di un record da parte di un pro. Dettagli, indubbiamente, che però rendono le prestazioni non paragonabili tra loro. Come detto prima, alla fine la sfida è con se stessi e con il cronometro, per il puro piacere di farlo. Anche perchè, nel mio caso, quasi alla soglia dei 50 anni, pensare di mettersi in competizione con i big mondiali della specialità appare quanto meno ridicolo!
In una salita come quella del Gran Paradiso da Pont i fattori (oggettivi) determinanti per impiegare meno tempo possibile sono essenzialmente tre: il percorso, le condizioni dello stesso e il meteo. Per quanto riguarda il primo, l'esperienza dei record (Bertoglio, Champretavy e Maguet) ha mostrato che quello più veloce passa lungo una linea più o meno retta dal ponte di Pont verso la vetta del Gran Paradiso. Non si tratta di un sentiero ma di terreno "da cacciatori": vegetazione rada, cespugli, pietraia, prati e qualche breve tratto di arrampicata. Non si riesce a fare ritmo ma è molto diretto; l'alternativa sul sentiero del rifugio Vittorio Emanuele II presenta uno sviluppo di circa 20% in più. Il secondo fattore è legato alle condizioni, soprattutto della parte alta su ghiacciaio. Più si riesce a trovare una traccia regolare, ben battuta e redditizia, più si riesce a limare il tempo. Nel mio caso, purtroppo non sono riuscito a trovare l'optimum in quanto ho preferito dare più importanza al meteo. Impegni vari non mi hanno consentito di trovare la perfetta combinazione dei tre fattori. Le condizioni meteorologiche infine giocano senz'altro un ruolo determinante; assenza di vento e temperature corrette (rigelo notturno) sono i fattori che tutti vorrebbero trovare sopra i 4000 metri.
Le considerazioni invece che riguardano la sfera soggettiva e tutto quello che riguarda il cosiddetto "fattore umano" sono più complesse. Procedere slegati su un ghiacciaio è quanto di più sbagliato si possa fare in termini di sicurezza. Il fatto poi di procedere al limite delle proprie capacità costituisce un'aggravante mica da poco. In queste condizioni, con il cronometro che scandisce il tempo, è difficile essere lucidi per prendere decisioni importanti, non da ultimo la rinuncia. Sono semplici considerazioni più da "guida alpina" che da "atleta". Perchè farlo, allora? Le motivazioni sono comprensibilmente personali; ognuno si pone obiettivi differenti e nel mio caso è stato semplicemente il "piacere" di mettersi in gioco, al meglio delle possibilità del momento, in una attività che non svolgo in maniera costante e metodica. Per quanto riguarda invece il discorso "sicurezza", la scelta di procedere da solo su un ghiacciaio è più che ponderata dall'esperienza, ben sapendo che su uno dei due piatti della bilancia c'è anche un'incognita chiamata volgarmente sfortuna anche se sarebbe più corretto chiamarla overconfidence. Chiaramente in queste situazioni si cerca di mettere sull'altro piatto molto di più, affinchè il primo sia più leggero possibile. Semplici considerazioni che non hanno la pretesa di essere condivise.
Per quanto riguarda invece il mio tempo impiegato per salire dal piazzale di Pont fino alla Madonna del Gran Paradiso, non sono riuscito a fare meglio di 1.51 minuti (vedi traccia GPS caricata su Strava). In tutta onestà, paragonando i tempi su altri terreni, speravo in qualche minuto meno. Probabilmente con una preparazione più meticolosa del percorso avrei potuto limare qualcosa ma i tempi non si fanno con i "se" e con i "ma" (e neppure fermando il cronometro durante le pause), quindi mi accontento di questo risultato che - comunque - non credo che sia da buttare via.
Purtroppo non ho foto, neppure di vetta, a causa della perdita del cellulare nella prima parte del percorso; ritrovato al ritorno in mezzo all'erba grazie al sensore bluetooth dello sportwatch... miracoli della tecnologia!



Il materiale utilizzato, oltre alla maglia (MONTURA Seamless Warm Maglia) e ai pantaloni (MONTURA Run Pants), è stato il seguente:
. scarpe SCARPA Spin Ultra;
. ramponcini antiscivolo CAMP Ice Master Light;
. bastoncini MASTERS Sassolungo Carbon;
. guanti CAMP G-Comp Evo;
. cintura MONTURA Trail Function Belt;
. 1 gel ENERVIT;
. 1 fascia MONTURA Light Pro Band;
. 1 fascia leggera CAMP;
. 1 fascia multiuso (tipo Buff) CAMP;
. 1 paio di occhiali SALICE 012;
. 1 giacca leggera MONTURA Zero 119 Jacket.

Il materiale utilizzato, oltre alla maglia e ai pantaloni indossati.

 

domenica 5 luglio 2020

Dolomiti - arrampicate varie

Quattro giorni di trasferta dolomitica, caratterizzata purtroppo da una meteo non proprio favorevole ma che ci ha lasciato comunque scalare tre un acquazzone e l'altro. Gli obiettivi sono stati forzatamente ridotti in funzione delle poche ore di bel tempo disponibili, quindi abbiamo percorso vie relativamente brevi e con poco avvicinamento. Fortunatamente le Dolomiti (e la zona del Sellaronda in particolare) offrono una scelta vastissima ed estremamente diversificata.
Il primo giorno abbiamo scalato *Icterus* (200 m, 6c+ max) alla I Torre del Sella; una bella via di H. Eisendle, inizialmente molto ardita e pericolosa ma richiodata quasi interamente a fix nel 2009. Ora si può scalare serenamente concentrandosi sui movimenti e non sulla paura di farsi male... Attenzione solo a seguire il giusto percorso, visto che nei paraggi ci sono altre linee: consigliabile consultare la relazione, facilmente reperibile anche sul web.
Il secondo giorno siamo andati a sfatare la diceria che la Vallunga sia bella solo per le cascate di ghiaccio. Il Ciampanil de Val ha tutte le caratteristiche che cercavamo e siamo andati a curiosare la bella *Lisa* (200 m, VII), aperta dallo specialista I. Rabanser. Va subito detto che la roccia, oggettivamente, non è delle più solide e che l'attrezzatura delle vie è interamente a chiodi normali. Premesse non proprio invitanti se non fosse che i gardenesi, autentici custodi del proprio territorio, hanno fatto un lavoro encomiabile di pulizia e attrezzatura, per rendere le vie piacevoli e divertenti, pur mantenendo quel pizzico di severità che le distingue dalle linee con fix in serie ogni metro. Riflettevo, tra me e me, sulla scelta di mantenere una chiodatura tradizionale, con chiodi normali sistematicamente cementati. La risposta che mi sono dato, a sensazione e senza essere un esperto di quel tipo di roccia, risiede nella solidità stessa; pensando di piantare un fix su quel terreno avrei molti dubbi sulla tenuta generale della porzione rocciosa circostante. Un chiodo normale invece sfrutta già le debolezze naturali senza alterare gli equilibri di una roccia così fratturata. Il fatto di cementarlo contribuisce sicuramente alla sua solidità e richiede meno manutenzione. Ribadisco, un gran lavoro dei gardenesi che richiede tanta esperienza: bravi!
Il terzo giorno, con il meteo in lento miglioramento, abbiamo percorso una via più lunga sul Sass Caimpac: *Solarium* (500 m, VI+). Si tratta di una via relativamente recente (1992) ma diventata ben presto una classica. Tra avvicinamento, arrampicata e discesa si compie un bel giro ad anello, molto suggestivo, con partenza/arrivo non lontano dal Passo Gardena.
L'ultimo giorno finalmente ha fatto capolino il sole... ma noi, per non perdere il vizio di arrampicare al fresco, siamo andati all'ombra delle Mesules :-) Impensabile per me lasciare le Dolomiti senza il consueto pellegrinaggio in questo settore che presenta un condensato delle caratteristiche che più mi piacciono nella scalata: qualità della roccia (un mix di Sardegna e Ceüse), stile di scalata (trad), comodo accesso, temperature fresche (ombra). Considerato il modesto sviluppo delle vie, è anche la location giusta da abbinare ad un lungo rientro verso l’altra parte dell'arco alpino. La scelta della via, questa volta, è ricaduta sulla bellissima *Geo* (200 m, VII max, VII obbl.). Un tiro più bello dell'altro, pochissime protezioni (tradizionali) in posto, quasi interamente da proteggere con un sapiente utilizzo dei friends ma soprattutto tutta da scalare in totale armonia con la roccia che offre un'incredibile sequenza naturale di prese. La difficoltà tecnica, qui, passa in secondo piano: si scala principalmente con la testa prima ancora che con le braccia. Partire con il pensiero che "tanto è solo 6b" è l'approccio più sbagliato che ci sia, almeno per me. Aprire una via del genere dev'essere stata un'esperienza fantastica; un priviliegio che è stato riservato al fuoriclasse A. Holzknecht nel 1987. Considerata la vicinanza della strada, se una via come questa fosse attrezzata a fix sarebbe "unta"; ringraziamo quindi ancora una volta i gardenesi per aver trasmesso un patrimonio arrampicatorio del genere, respingendo ogni tipo di contaminazione. In questo modo si ha la certezza di non trovare la coda sulle vie e di scalare in tranquillità... meglio ancora in autunno senza il continuo traffico automobilistico estivo.

I Torre del Sella, primo tiro di *Icterus*.
Via perfetta er riempire una mezza giornata con temporali imminenti.

Terzo tiro di *Icterus* (6c+) - purtroppo bagnato - che riusciamo a salire ugualmente senza cadere.

La Vallunga è conosciuta principalmente per le cascate di ghiaccio
ma offre anche alcune belle arrampicate. Avvicinamento al Ciampanil de Val.

Secondo tiro di *Lisa*, al Ciampanil de Val.

Il fondo della suggestiva Vallunga, visto dal Ciampanil de Val.

Settimo tiro di *Lisa*, un bel diedro (corto) strapiombante ma su prese generose.

Sass Ciampac, *Solarium*... non proprio al sole (meglio così).

Arrampicata classica dolomitica sul Sass Ciampac.

Verso la parte alta di *Solarium*.

Vista generale sul Passo Gardena dal Sass Ciampac.

Terreno facile ma da "corda corta", all'uscita della via per raggiungere il comodo sentiero di discesa.

Panoramica su una porzione delle Mesules.

Uno dei primi tiri di *Geo*, celebre via delle Mesules.

Uno dei tiri più belli di *Geo*, quello del tetto. Pura arrampicata trad su roccia da antologia.
(foto J. Perruquet)

Superamento del tetto con fondamentale tallonata destra.
Impossibile non pensare a Manfred Stuffer in freesolo, nel 2009! (foto F. Perrone)

L'estrema bellezza della via percorsa si legge chiaramente sui volti dei tre ragazzi.
Il panorama bucolico è la ciliegina sulla torta.