venerdì 30 luglio 2021

Falesia del Poignon (Villeneuve)


Federica Mingolla in arrampicata al Poignon (*Barbapapà*, 7b+).

Vista d'insieme della parte centrale e destra della parete.
Federica si scalda su *La scoperta di Manele*, 6c.
Federica, assicurata da Lorenzo, sui primi difficili metri di *Barbapapà*, 7b+.
La prima parte di *Poignonella* (7b+) oppone già una breve sezione intensa.
Lavori di chiodatura (foto Remy M.)
La linea esteticissima di *Barbapapà*, 7b+; uno spigolo strapiombante dove però si scala utilizzando le tacche perfette del suo lato destro.

Ancora una nuova falesia. La terza attrezzata nel 2021, sempre insieme a Remy M. dopo Rochefort e Champleval 1. Non c'è due senza tre e il quattro vien da sé, dicono. Vedremo. Questa volta la location è stata scoperta per caso da Emanuele M. che ha gentilmente condiviso l'informazione affinchè si potesse iniziare subito il lavoro di chiodatura. Grazie!
Si tratta di una parete situata a circa 1300 metri di quota nel bosco del Poignon (Villeneuve), a pochi metri dalla strada sterrata percorsa più volte a piedi o in bicicletta ma che non lascia assolutamente presagire la presenza di una bella barra rocciosa. È stato possibile tracciare 9 vie di media difficoltà (6a+ - 7b+), con lunghezza compresa tra i 10 e i 20 metri. L'esposizione a Nord-Ovest la rende piacevolmente fruibile nel periodo estivo; il sole non arriva prima delle ore 15 e solo sulle vie più a destra. L'unico svantaggio, per chi non possiede i privilegi per percorrere in auto la strada sterrata del Poignon (consigliabile comunque un veicolo 4x4), è quello dell'avvicinamento che non è dei più rapidi. A piedi occorre camminare circa 25 minuti su una comoda strada; l'alternativa è quella di utilizzare la mountain bike, magari elettrica, sempre più diffusa anche tra gli arrampicatori. Il premio, per chi avrà la buona volontà di vincere questo ostacolo, è un luogo molto tranquillo, fresco e con una vista inusuale sul Monte Bianco. Ah, dimenticavo, i due tiri più impegnativi della falesia (*Barbapapà* 7b+ e *Poignonella* 7b+) valgono da soli la visita. Due generi completamente differenti per una scalata di qualità su roccia compattissima, con movimenti non proprio scontati da decifrare: un regalo di madre natura.
Come sempre, la falesia è stata autofinanziata e attrezzata con materiale di qualità: fix inox A4 (316L) con placchette Raumer, tasselli MKT BZ Plus M10 x 90 mm e soste con catena e doppio anello chiuso che obbliga alla "manovra".
Ricordo che l'utilizzo della falesia è sotto la completa responsabilità dell'arrampicatore, il quale deve essere in grado di gestire il rischio (oggettivo e soggettivo) e di valutare il materiale a cui affida la propria vita. Per qualsiasi segnalazione di pericolosità, l'invito è quello di condividere l'informazione. Un ringraziamento anticipato, infine, ai fruitori per mantenere il luogo pulito e in ordine. E se qualche magnanimo volesse contribuire alle spese per l'acquisto del materiale, basta che ci contatti; ci accontentiamo anche di una birra, purchè fresca. Buone scalate a tutti!
Relazione dettagliata delle vie e dell'avvicinamento nella sezione "Relazioni/topos" del blog oppure direttamente al seguente link.

TOPO FALESIA DEL POIGNON

lunedì 26 luglio 2021

Falesia di Champleval 1 (Aymavilles)

Alessandra su *Non ci piove* (6c)

Difficile dare un grado a queste vie cortissime; abbiamo optato per un parametro "da via" e non "boulder".
In questo caso, *Guarda che rospo!* (6c), la via si risolve con un passo un po' sbilanciante... proprio uno solo.

La foto sicuramente inganna, ma non si tratta comunque di una placca appoggiata.

Tecniche avanzate di chiodatura... (foto F. Frassy)

Per la serie "falesie figlie del lockdown", presento una piccola novità situata nel comune di Aymavilles. Piccola in tutti i sensi, perchè si tratta di una barra rocciosa di modestissime dimensioni. Non aggiunge praticamente nulla al panorama arrampicatorio valdostano ma costituisce comunque un'alternativa per locals a caccia di nuovi spot, da consumare nei ritagli di tempo, mezze giornate o pause pranzo.
Per chi è pratico di falesie in Valle d'Aosta, questa rappresenta una sorta di clone dell'Arcobaleno, situata a monte di Saint-Pierre. La roccia è molto simile e lo stile di scalata pure: vie corte e intense, di non immediata lettura ma che impongono una gestualità piuttosto varia.
Scoperta quasi per caso da Alessandra, a caccia di nuovi sentieri forzatamente nel comune di residenza; è bastata un foto per scatenare il trapano e l'infaticabile Remy M. con cui avevo già condiviso il progetto Rochefort. Sono bastate poche mezze giornate per chiodare e liberare le otto lunghezze che propone la falesia. Fortunatamente da pulire c'è stato ben poco, essendo già la roccia piuttosto sana, almeno in superficie.
Considerato il valore della struttura, ovvero (secondo noi) solo di interesse locale, abbiamo scelto di attrezzare con materiale di ottima qualità (fix inox A4 M10 x 90 mm) ma probabilmente non all'altezza del tenero calcescisto che si trova soprattutto sugli ultimi metri delle vie. Ovviamente ci siamo appesi ripetutamente a tutti i punti ma qualche dubbio rimane, soprattutto nel caso di una poco probabile elevata frequentazione. Il consiglio è quindi quello di osservare con spirito critico i chiodi su cui si scala e di segnalare tempestivamente qualsiasi anomalia, nel caso ad esempio di tasselli leggermente fuoriusciti. Ad ora, dopo mesi di sporadica frequentazione è tutto in ordine.
Perchè non abbiamo utilizzato fittoni resinati? La risposta è molto semplice. Considerato il notevole interesse della comunità per la falesia di Rochefort e la risposta praticamente nulla dei fruitori (grazie di cuore ai pochissimi che hanno contribuito alle spese sostenute per il materiale!) abbiamo scelto un compromesso accettabile. Ovviamente pronti a riattrezzare la falesia nel caso in cui si manifestino segni di debolezza dei punti oppure in caso di frequentazione massiccia.
Come sempre, ricordo che l'utilizzo è sotto la completa responsabilità dell'utente, il quale deve essere in grado di gestire il rischio (oggettivo e soggettivo) e di valutare il materiale a cui affida la propria vita.
Per tutte le informazioni tecniche e relative all'accesso, rimando alla relazione dettagliata, scaricabile cliccando sul seguente link oppure dalla sezione "topo" di questo sito.
Una nota naturalistica infine ma non meno importante. Tutta la zona è classificata come SIC (sito di interesse comunitario): la specificità del luogo è rappresentata dalle farfalle, se ne vedono veramente tante. L'invito ai frequentatori è quello di muoversi in modo non invasivo: c'è spazio per tutti, con rispetto reciproco.

TOPO FALESIA DI CHAMPLEVAL 1

venerdì 2 luglio 2021

Mont Emilius parete Est - *Giordi*

Vista dall'alto sulla parte alta della via, con lo sfondo dei Laghi delle Laures.
 

La parete Est del Mont Emilius è ben visibile dal fondovalle, triangolare e ripida, soprattutto al mattino quando è illuminata dai raggi del sole. Come il Monte Cervino e la Grivola, appartiene però a quelle montagne che sono più belle da lontano che da vicino. Va subito detto che la roccia non è delle migliori. E non è una novità, almeno per coloro che hanno letto un po' di letteratura specifica.
Questa parete è conosciuta nell'ambito alpinistico internazionale per essere stata teatro della salita che ha fatto sfumare la "prima" della parete Nord delle Grandes Jorasses a Giusto Gervasutti e Renato Chabod. Era il 1935 e questi ultimi erano in corsa, insieme ad altri, per la prima salita della celebre parete nord nel Massiccio del Monte Bianco. Come "allenamento" avevano puntato alla prima salita della parete Est del Mont Emilius, attorno alla quale aleggiava un'aura tragica e misteriosa dopo l'incidente mortale che aveva coinvolto i giovani fratelli Dino e Jean Charrey e Cino Norat nel 1929. Dopo questa salita, Gervasutti e Chabod si erano diretti verso il rifugio Leschaux, apprendendo purtroppo che i tedeschi Meier e Peters erano in parete. Gervasutti aveva poi convinto il riluttante Chabod ad effettuare la seconda salita della parete Nord delle Grandes Jorasses, lungo la via appena aperta dai tedeschi ovvero lo Sperone Croz. E così hanno fatto, insieme agli svizzeri Raymond Lambert e Loulou Boulaz (prima donna sulla parete), portando a termine un'avventura rocambolesca ben raccontata da Enrico Camanni nella biografia di Gervasutti dal titolo "Il desiderio di infinito".
Tornando alla qualità della roccia sulla parete Est del Mont Emilius, leggendo attentamente le vecchie relazioni non si fa mistero su detriti, porzioni instabili, tratti delicati e amenità simili. Difficile pensare a sezioni più sane per arrampicare con maggiori margini di sicurezza, anche ricorrendo all'utilizzo di fix. Eppure l'anno scorso gli alpini (e guide alpine) S. Cordaro, L. Di Franceso e V. Stella hanno tracciato un itinerario "moderno" e diretto con soste attrezzate e qualche fix (pochi) sui tiri. La via è stata chiamata *Giordi* (500 m, TD+, 6b+ max, 6a obbl.) per ricordare il collega degli apritori Maurizio Giordano, scomparso nel 2018 in una spedizione al Gasherbrum IV.
La curiosità di andare a vedere da vicino questa parete si è quindi riaccesa e insieme a Roger B., Niccolò B. e Andrea B. siamo andati toccare con mano. Impressioni: complimenti agli apritori per l'impegno e la costanza nell'ingaggiarsi a più riprese in un terreno simile, non proprio privo di pericoli oggettivi... ma non mi sento di consigliare una visita se non agli amanti del genere e con una buona dose di esperienza su terreno che definire delicato sarebbe un eufemismo. Alcune lunghezze hanno trasmesso la netta sensazione di arrampicare su materiale "attivo", come testimoniano alcuni importanti segni di impatto recente e crolli piuttosto freschi. Qualche rara lunghezza "carina" si trova ma nel complesso bisogna prestare estrema attenzione a come ci si muove, senza contare la possibilità di scariche dall'alto provocate da animali selvatici in movimento come successo a noi per circa 5 minuti tutt'altro che rilassanti.
Per il resto, il luogo è magico, impreziosito da un punto d'appoggio come il bivacco Ménabréaz - fiore all'occhiello della appassionata comunità di Brissogne - costruito in riva ad uno dei laghi alpini più belli della Valle d'Aosta.

Materiale: due corde da 60 m, 8 rinvii, 1 set completo di friends fino al #2 C4 BD, martello e una piccola scelta di chiodi, casco, ramponi per il breve nevaio iniziale.
Esposizione: Est, sole al mattino.
Avvicinamento: in circa un'ora dal bivacco Ménabréaz alle Laures.
Discesa: lungo la via normale (sentiero). È possibile rientrare ai laghi di Laures oppure a Pila; in quest'ultimo caso, si scende meno a piedi (seggiovia Chamolé e telecabina fino ad Aosta) ma occorre tornare a prendere l'auto nel Vallone di Laures.

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martedì 29 giugno 2021

Corno Stella - *Diedro Rosso* + Traversata della Catena delle Guide fino al Corno Stella

Il severo versante Nord Est del Corno Stella, visto dal bivacco Varrone.


Per chi abita all'estremità Nord Ovest dello stivale, il Corno Stella rappresenta il "ripiego" quando le perturbazioni si accaniscono sul confine. Generalmente le Alpi Marittime sono più riparate e presentano un terreno di gioco molto interessante, per certi aspetti, anche più selvaggio. L'assenza di impianti di risalita e la copertura telefonica quasi nulla bastano già per rendere ogni uscita una piccola avventura, a stretto contatto con la natura. Trovare poi al rifugio Bozano un gestore simpatico e disponibile come Marco (e i suoi piatti succulenti) rende tutto più piacevole.
Per ottimizzare il viaggio e gli spostamenti a piedi, suggerisco una combinazione di itinerari su entrambi i versanti del Corno Stella in maniera da apprezzare tutti i lati di questa bella montagna che presentano caratteristiche assai differenti: stile aventure a Nord Est e stile plaisir a Sud Ovest.
Insieme a Joseph M., Pietro P. e Roberto P. abbiamo percorso il mitico *Diedro Rosso* (350 m, ED, 7a+ max) per poi tuffarci nella "civiltà" del rifugio Bozano, dove abbiamo lasciato l'artiglieria pesante utilizzata il giorno prima, per concederci una bella cavalcata in cresta sulla Catena delle Guide e lo *Spigolo Inferiore* del Corno Stella. A dire il vero, ci sarebbe stato spazio anche per una bella via sportiva sulla parete Sud Ovest ma la dura lotta con l'alpe impone un certo distanziamento dallo spit... almeno così dicono.
Sul *Diedro Rosso* (o *Dièdre Rouge*, come i francesi vorrebbero che si chiamasse, visto che lo hanno aperto loro) non mancano racconti e leggende. Di sicuro, è una di quelle vie che non hanno perso il carattere severo originale. L'attrezzatura in posto è mediamente abbondante ma la qualità non è delle migliori. I chiodi vanno ribattuti, non tutti sono a prova di bomba, le soste sono piuttosto "artistiche" e da collegare o rinforzare, non ci sono spit. Una menzione particolare meritano i "tamponi" utilizzati dagli apritori per salire le larghe fessure che caratterizzano la via; molti si trovano ancora in posto, alcuni originali, altri sostituiti nel corso degli anni. Attualmente sul tiro chiave (il tetto/camino) se ne trovano solo due nel tratto centrale, cosa che obbliga a portare due Camalot #6. Chapeau a Patrick Bérhault che ha liberato questa lunghezza, gradandola 7a+; pane per specialisti delle fessure fuori misura.
I tiri finali nel gran diedro si prestano bene ad una salita con corda singola e cordino di servizio per recuperare lo zaino; tutta la parte bassa invece occorre si scala con il sacco sulle spalle ma con difficoltà contenute.
Altra storia invece la traversata della Catena delle Guide fino al Corno Stella, lungo lo *Sperone Inferiore* (Ellena). Terreno perfetto per impratichirsi con la tecnica di corda corta, che culmina con un'arrampicata facile ma di soddisfazione che conduce sul caratteristico piano inclinato che fa da cuspide al Corno Stella. Una bella cavalcata su una cresta disseminata di resti dell'aereo del Re d'Arabia, precipitato nel 1963 con 18 vittime e un preziosissimo carico di gioielli, su cui ovviamente sono stati ricamati aneddoti di ogni tipo.
Sicuramente una zona da visitare più spesso, indipendentemente dalle previsioni meteo sulle Alpi.

Materiale: corda da 60 m, corda di servizio per recuperare lo zaino nella seconda metà della via, 8 rinvii, 2 set di friends completi fino al #6 C4 BD, ramponi.
Esposizione: Nord Est, sole in mattinata.
Avvicinamento: comoda mulattiera da Terme di Valdieri al bivacco Varrone. Relativamente poco dislivello ma discreto sviluppo. Il bivacco non è costodito: coperte in posto, acqua a meno di 5 minuti in piano dal bivacco.
Discesa: lungo una delle linee di calata della parete Sud-Ovest, verso il rifugio Bozano.

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sabato 26 giugno 2021

Aiguille du Chardonnet - Eperon Migot

Una settimana di formazione "alta montagna" con gli allievi aspiranti guide alpine del Collegio della Provincia Autonoma di Tento. Cercando di approfittare dei rari momenti di bel tempo e cercando di evitare i temporali estivi, siamo comunque riusciti a portare a termine un programma vario e completo, culminato con la salita per tutto il gruppo del classicissimo Eperon Migot, sull'Aiguille du Chardonnet (3824 m). Si tratta di un itinerario molto estetico e diretto per raggiungere la cima di questa montagna situata al margine del Massiccio del Monte Bianco. Le precipitazioni dei giorni precedenti avevano ricoperto le tracce precedenti, rendendo più suggestiva la salita; considerata la super frequentazione del massiccio, è raro ormai trovare spazi vergini ma non impossibile.
Per quanto riguarda le condizioni generali della montagna, la costante di questa prima parte della stagione estiva sembra essere lo scarso rigelo notturno che obbliga a pertenze antelucane e rientri in mattinata, visto che già dopo le ore 9 si sfonda nella neve bagnata.

Materiale: 1 corda da 50 m, 3 viti da ghiaccio, 4 friends medio-piccoli, 2 piccozze.
Esposizione: Nord.
Avvicinamento: piuttosto evidente dal rifugio Albert Premier lungo il ghiacciaio di Tour. A seconda delle condizioni si può passare direttamente in centro (ottimo rigelo e tanta neve necessari) oppure facendo un largo giro verso sinistra per sfruttare le tracce del Col du Tour e aggirare i crepacci più importanti.
Discesa: lungo la via normale, che corre lungo la cresta Ovest, con una o due calate a metà.

Aiguille du Chardonnet e Aiguille Verte al tramonto.

Rifugio Albert Premier, purtroppo pieno...

... quindi bivacco all'aperto, con vista (e con birra)!

Nel pomeriggio, esercitazione di recupero da crepaccio per gli allievi aspiranti guida.

Sveglia ore 2.00: luna piena!

Al termine della rampa d'accesso allo sperone vero e proprio.

Alba sulla parte alta dello Sperone Migot.

Uno sguardo verso il basso sulle cordate impegnate nella parte finale dello Sperone.

Geometrie parallele sul ghiacciaio di Tour.

venerdì 30 aprile 2021

Falesia di Rochefort (Arvier)

Remy in azione nel settore basso della falesia.
Con un po' di fantasia, la roccia ricorda quella della Val Pennavaire (Albenga).

Le "canne" della Valgrisenche.
Un momento dei lavori nel settore alto della falesia (foto A. Benato).


È stata scoperta quasi per caso, a fine novembre 2020, mentre eravamo a scalare nella falesia di Saint-Nicolas; osservando il versante opposto della valle, con Remy, abbiamo pronunciato la solita frase "bisogna andare a vedere". Detto, fatto: pochi giorni dopo, mi ha mandato una foto della parete, visitata in una pausa pranzo. Si intuisce che ci sarebbe stato un po' di lavoro da fare ma in due si procede velocemente, quindi ci siamo lanciati nel progetto. Complice un inverno non eccessivamente rigido, ci siamo concentrati sul settore "Basso", maggiormente soleggiato e al riparo dal vento da Ovest. Nelle giornate particolarmente rigide chiodavamo e pulivamo, quando invece la temperatura lo consentiva provavamo a scalare i tiri. Appena terminato, è stata immediatamente sparsa la voce che ha attirato un gran numero di appassionati, sempre a caccia di tiri nuovi su cui scalare.
Non appena il clima è diventato più mite, poi, abbiamo messo mano al settore "Alto", cercando di finire i lavori il prima possibile anche in ragione dell'interesse per il settore basso della falesia, in cui si sono contate anche 12 persone in un solo giorno (su 7 tiri...).
Attualmente sono disponibili 16 lunghezze di corda, dai 15 m ai 30 m, con difficoltà compresa tra il 5c e il 7b; il grado medio della falesia si attesta sul 6c. La roccia è una sorta di rarità per la zona e non presenta elementi comuni con le due celebri falesie che si trovano a monte (La Ravoire) e a valle (Leverogne): ricorda vagamente quella della Valle Pennavaire, con tacche abbastanza nette ed elementi calcarei come piccole canne o concrezioni. Poi, chiaramente, come ricorda il nome di un tiro nel settore alto, siamo in Valle d'Aosta e *Sognare non è proibito* (7a). Per l'origine di quasi tutti gli altri nomi delle vie, rivolgersi a Federico F. fonte inesauribile di ispirazione.
Vista la compattezza della roccia, purtroppo solo relativa, abbiamo scelto di attrezzare le vie con tasselli per calcestruzzo fessurato MKT BZ Plus M12 x 110 mm abbinati a placchette VE (Vertical Evolution) e Raumer, tutto rigorosamente inox 316L (A4); alle soste si trova sempre una catena con doppio anello chiuso per agevolare lo scorrimento della corda e per ridurre l'usura negli anni. La "manovra" è obbligatoria.

Ricordo che l'utilizzo della falesia è sotto la completa responsabilità dell'utilizzatore, il quale deve essere in grado di gestire il rischio (oggettivo e soggettivo) e di valutare il materiale a cui affida la propria vita.
Per qualsiasi segnalazione di pericolosità, l'invito è quello di condividere l'informazione.

TOPO FALESIA DI ROCHEFORT

Se qualche anima gentile, mossa da altruismo e benevolenza, volesse poi contribuire alle spese sostenute per l'acquisto del materiale, può liberamente fare un'offerta al seguente link. Grazie di cuore!
Non si tratta di elemosina, bensì di contributo al corretto mantenimento di un'attività che - purtroppo - è ancora possibile solo grazie alla buona volontà di pochi appassionati. Per avere un'idea delle spese sostenute, il materiale utilizzato per attrezzare questa falesia ci è costato circa 800 euro, totalmente autofinanziati.
Il ringraziamento maggiore comunque va a tutti gli utilizzatori per mantenere il sito pulito e in ordine.

 

mercoledì 17 febbraio 2021

Valgrisenche - Falesia della Centrale

Ci sono vari modi per presentare una nuova falesia. Si può semplicemente descriverne le caratteristiche e illustrare gli itinerari attrezzati, elencando nomi e difficoltà, oppure si può raccontarne la genesi e il processo che ha portato al compimento dell'opera. Entrambe le soluzioni possono essere noiose oppure interessanti; questione di essere interessati all'argomento. Chi vuol conoscere le informazioni strettamente necessarie per scalare è libero di saltare direttamente alla scheda tecnica; i più curiosi invece possono leggere un breve racconto che inquadra quella che è stata chiamata “La falesia della Centrale”, in Valgrisenche.
C'è subito da puntualizzare che questo nuovo spot si trova in Valgrisenche e non a Valgrisenche; l'asse vallivo infatti è diviso, più o meno in corrispondenza del villaggio di Revers, dove si trova una nota falesia di arrampicata estiva. A monte, Valgrisenche appunto; a valle, Arvier. Provate a dire ad un abitante di Arvier che Planaval – località nota per essere base dell'ultima tappa della competizione scialpinistica internazionale “Tour del Rutor”, non lontano dalla falesia che viene qui descritta – si trova in Comune di Valgrisenche; è il modo migliore per giocarsi un assaggio del rinomato genepy che si produce artigianalmente da queste parti, oltre naturalmente a rimediare una lunga romanzina sulla geografia politica della valle.
Dopo questa premessa semiseria, veniamo alle considerazioni più tecniche sulla parete e sull'arrampicata. Si tratta di una fascia rocciosa alta dai 20 ai 35 metri e lunga una cinquantina di metri circa che si trova a poca distanza in linea d'aria dal settore di arrampicata su roccia “La Confession”, a valle del bivio per Planaval. La falesia prende il nome dalla vicina centrale idroelettrica, completamente ristrutturata nel 2012, già operativa negli anni '50 durante i lavori di costruzione della Diga di Beauregard. Lo strapiombo roccioso dove corrono le attuali vie di dry tooling si trova esattamente sotto il troppo pieno della vasca di carico della piccola condotta che si costeggia nell'avvicinamento. L'apporto idrico per formare stalattiti ghiacciate di tutti i tipi è più o meno costante; le condizioni ideali per scalare con piccozze e ramponi si trovano quindi dopo un periodo di freddo costante, senza eccessivi sbalzi di temperatura purtroppo sempre più frequenti negli ultimi anni. La quota e l'esposizione (1450 m, Sud Sud Est) non sono delle più propizie ma il fatto che la Valgrisenche sia rinomata per l'ottima qualità della neve è sintomo di basse temperature generali. Almeno così dicono.
Nel corso degli anni, la parete non ha avuto il successo delle altre falesie nei paraggi. Nel 2000 erano state attrezzate tre vie di arrampicata per una selezione per aspiranti guide alpine valdostane. Itinerari caduti ben presto nell'oblio per vari fattori, l'ultimo dei quali è senza dubbio la messa in funzione della centrale idroelettrica, nel 2012. L'acqua in esubero della vasca di carico viene regolarmente scaricata sullo strapiombo rendendo impraticabile l'arrampicata sportiva. Nella stagione fredda però cambia tutto, rendendo possibile ciò che in estate non lo era più. Questione di riciclo e ottimizzazione delle risorse.
Veniamo ora alle fasi più recenti della valorizzazione del settore, che sostanzialmente sono legate ad una coincidenza fortuita. Ad inizio dicembre, mi ero messo d'accordo con Anna Torretta per andare scalare su ghiaccio. Le condizioni non si presentavano come allettanti per cui le ho proposto di provare a “mettere il naso” (un po' di sana ironia non guasta!) in un luogo che ho sempre desiderato esplorare in inverno ma che non ho mai fatto, forse proprio per l'eccessiva semplicità della logistica. E sicuramente il pensiero di tanti ghiacciatori transitando in quel posto sarà stato: “un giorno bisogna andare a vedere quelle stalattiti”.
Anna, come sempre, non si era tirata indietro. Il rischio di fare un giro a vuoto era elevato ma siamo stati premiati: dopo soli 10 minuti di cammino ci siamo ritrovati sotto uno strapiombo regolare interamente tappezzato di ghiaccio sotto forma di stalattiti di ogni grandezza. Il pensiero e il paragone sono subito andati alla falesia di Ueschinen, che avevo sempre sognato e ammirato nei video degli albori del misto moderno e dove Anna invece aveva avuto la fortuna di scalare. Senza perdere toppo tempo in paragoni e studi di fattibilità, abbiamo riattrezzato e rettificato uno dei tre itinerari presenti, ribattezzandolo per l'occasione “Badedas”, in onore della doccia epica sugli ultimi metri di ghiaccio per uscire in cima. Sono nati poi altri itinerari, sempre attrezzati dal basso con fix inox A4 (316L) nella speranza di dover effettuare meno manutenzione negli anni a venire.
Purtroppo il caldo e le piogge anomale di fine gennaio hanno notevolmente degradato il “paradiso” originale, che rimane comunque immortalato negli scatti dell'amico/collega Marco Spataro. Abbiamo così potuto constatare che su molti itinerari è possibile arrampicare anche in assenza di ghiaccio, nonostante risulti molto più divertente la versione “mista”.
Attualmente sono presenti nove tiri, di cui due con sosta intermedia per scalare solo la prima parte relativamente più facile. Cinque vie a sinistra possono beneficiare dell'uscita su ghiaccio, mentre le quattro a destra sono comunque total dry. Si arrampica su prese naturali di tutti i tipi: tacche nette, prese oblique, buchi, fessure, piatti, ecc. Purtroppo in due brevi tratti è stato necessario ricorrere ai fori artificiali: cinque buchi in totale su due itinerari (*Tutti Maestri con il compressore degli altri* M10 e la seconda parte di *Reunion* D10) per creare agganci indispensabili alla progressione. Nulla vieta di tapparli se qualcuno riesce a passare senza usarli. La gestualità imposta è molto varia e la lettura della roccia impone un minimo di adattamento; dopo un giro di ricognizione appare tutto più evidente, come succede sovente nel dry tooling.
Una raccomandazione infine relativa alla sicurezza. Sotto lo strapiombo si è al riparo; non sostare invece all'esterno, in direzione delle stalattiti di ghiaccio. L'acqua eventualmente scaricata da monte non costituisce un vero problema; al limite può dare fastidio per alcune uscite (che eventualmente si possono evitare). La qualità della roccia, in generale, è abbastanza buona ma permangono alcune porzioni di dubbia tenuta in caso di temperature sopra lo zero. Valutare di volta in volta.

TOPO FALESIA DELLA CENTRALE

Le vie (da sinistra verso destra, con grado indicativo in stile DTS, senza Yaniro):

1. *Troppo pieno* (M. Giglio 2021), M9
2. *Badedas* (A. Torretta, M. Giglio 2020), M8
3. *Mowgli* (M. Giglio 2021), M9
4. *Badass* (A. Torretta, M. Giglio 2020), M9
5. *Tutti Maestri con il compressore degli altri* (M. Giglio 2021), M10
6. *Blind fix* (M. Giglio 2021), D6
7. *Reunion* (A. Torretta, M. Giglio 2020), L1: D7, L1+L2: D10
8. *Attenti al lupo* (A. Torretta, M. Giglio 2020), L1: D8, L1+L2: D11
9. *Tafonata* (A. Torretta, M. Giglio 2021), D8

Materiale: tutte le vie sono attrezzate con fix inox A4 (316L), tasselli M10 x 90 mm MKT BZ Plus e placchette Raumer. Soste attrezzate con catena e doppio anello chiuso, manovra obbligatoria. Corda da 70 m, 16 rinvii, casco, 2/3 viti da ghiaccio. Si consiglia di utilizzare lame da total dry (con punta ad uncino pronunciato) per non rovinare le tacche naturali che verrebbero consumate in breve tempo con lame poco adatte all'uso.
Esposizione
: Sud Sud Est, ad una quota di 1450 m circa.
Avvicinamento: da Arvier si imbocca la Valgrisenche, che si percorre fino a poco prima dei due tornanti che precedono il bivio per Planaval. Lasciare l'auto nello spiazzo a bordo strada che sovrasta l'edificio della centrale idroelettrica.
A piedi, dirigersi verso l'ingresso della Centrale e attraversare il torrente sull'evidente ponticello. Proseguire a destra, costeggiando la condotta forzata fino a quando si impenna decisamente. Dirigersi quindi a sinistra nel bosco e seguire una vaga traccia che conduce alla base della falesia. 10 minuti dal piazzale. Prestare attenzione alla movimentazione alla base della falesia e seguire il percorso indicato dal mancorrente (corda) alla base. Evitare di portarsi sotto le grandi frange sospese, molto pericolose in caso di caduta.

Foto Marco Spataro.

Foto Marco Spataro.

Foto Marco Spataro.

Foto Marco Spataro.

Foto Marco Spataro.

Foto Marco Spataro.

Foto Marco Spataro.

Foto Marco Spataro.

Foto Marco Spataro.

Foto Marco Spataro.

Il topo dell'accesso.

Il topo della falesia.

sabato 30 gennaio 2021

Valeille - *X-Files*

*X- Files* (80 m, III/5 M9+) è una pietra miliare del cosiddetto misto moderno. È stata aperta in maniera rocambolesca dall'inglese Steve Haston in compagnia della moglie Laurence Gouault, nel 1998. Con 5 spit piantati a mano e qualche chiodo da roccia, Haston ha superato la parte sinistra del grande strapiombo dietro la colonna (quando c'è) di Hard Ice in the Rock. Rocambolesca perché si narra che qualche fondista di passaggio nella pista sottostante abbia chiamato i soccorsi pensando che le urla provenienti dalla parete fossero di alpinisti in difficolta; forse era solo Steve che cercava di comunicare qualcosa a Laurence oppure semplicemente stava urlando durante la sua prestazione :-)
Ufficialmente si tratta del primo M10 della storia, anche se i ripetitori negli anni seguenti l'hanno declassata a M9+. Sul grado si potrebbe disquisire per ore senza, come al solito, arrivare da nessuna parte. Il dry-tooling non è come la roccia che presenta caratteristiche simili ogni anno; a seconda della quantità di ghiaccio presente può essere più o meno difficile, con oscillazioni anche superiori al grado. E non è poco. Se poi si aggiunge il fatto che sul finire degli anni '90 il misto moderno era in pieno fermento e i top climbers di allora si contendevano il grado massimo facendo rimbalzare una palla che sembrava a dir poco impazzita, può apparire piuttosto fuori luogo mettersi a giudicare adesso prestazioni fatte in un'altra epoca... anche se sono passati solo poco più di 20 anni. Quello che deve rimanere oggi, a mio parere, è la grande intuizione che hanno avuto menti visionarie come Lowe, Haston e Bubu Bole, solo per citare i più rappresentativi. Noi oggi possiamo solo divertirci con materiale molto più performante su una strada già tracciata. Per farlo però bisogna mettere in conto il fattore global warming che, rispetto a una volta, consente di avere condizioni accettabili per periodi molto più brevi. Generalmente il dry-tooling, almeno nelle Alpi Occidentali, si pratica su roccia di qualità non proprio eccelsa, consolidata dal gelo con temperature rigide ma assai fragile quando fa più caldo. Questione di saper scegliere il momento giusto.
*X-Files*, a differenza di altre vie considerate storiche, ha mantenuto nel corso degli anni il suo carattere severo. Il materiale in posto non è cambiato molto e le protezioni non sono ravvicinate; fattori che hanno sempre scoraggiato visite in epoca recente. A pochi anni dalla sua apertura, aveva ricevuto un buon numero di ripetizioni da parte dei top drytoolers mondiali, poi la via è caduta progressivamente nell'oblio tranne qualche sporadica incursione. In occasione di una di queste, erano anche stati aggiunti alcuni fix nella parte alta, modificando un poco la linea originale che invece piega nettamente a destra a cercare il corpo principale della colonna di Hard Ice.
Quest'anno, complice il bel lavoro di restauro da parte di N. Bruni e F. Civra Dano, molte cordate hanno approfittato per ridare lustro a questo pezzo di storia. Chiodi ribattuti e allungati con cordoni e moschettoni, bonifica generale (anche se la roccia, è bene ricordarlo, non è solidissima), primi tre spit originali sostituiti con fix inox più altri due lungo la variante di uscita più diretta garantiscono una scalata di ampio respiro, continua, mai veramente difficile ma sempre da gestire. In una parola: bello! La linea originale di Haston, come già detto, esce un poco più a destra (visibili ancora due boccole filettate dei vecchi spit-roc e due chiodi con cordone e moschettone marci) proprio sotto il grande strapiombo formato dalla stalattite. Per quanto riguarda la difficoltà, poco cambia. Probabilmente la linea di sinistra (quella riattrezzata) risulta un po' più "sicura", correndo al margine della colonna. Nulla vieta, in futuro di rispolverare anche l'uscita originale, cosicchè si possa scalare il tiro a piacimento oppure in base alla quantità di ghiaccio presente.
Tra i vari ripetitori di quest'anno, ci siamo messi in coda anche Anna ed il sottoscritto. Insieme avevamo già percorso nel 2005 il grande freestanding di Hard Ice in the Rock, che presentava una inquietante crepa di una trentina di centimetri nella parte alta. All'epoca, Anna era reduce da un periodo al top nel mondo del dry-tooling, con prestigiose ripetizioni dei più difficili itinerari (M12) ma le mancava *X-Files*, probabilmente frenata dal carattere expo ma silenziosamente attratta da quella chimera. Per me invece l'alta difficoltà nel misto era solo un miraggio da ammirare sulle riviste (ebbene sì, in quegli anni le riviste erano ancora più quotate del web). I tempi cambiano, le passioni restano, il livello tecnico fortunatamente cresce... ancora per poco, ahimé, devo approfittarne! Era naturale che proponessi ad Anna di tornare insieme su quella cascata per cercare di chiudere un cerchio.
Con il passare degli anni una persona dovrebbe avere maggior esperienza per valutare con attenzione le giuste condizioni. Purtroppo però gli impegni della vita non sempre consentono di poter scegliere liberamente, così ci siamo trovati al parcheggio di Lillaz con una temperatura a dir poco polare. Anche le previsioni meteo più dozzinali indicavano quello come il giorno più freddo del periodo ma abbiamo comunque voluto giocarci la carta: "alla peggio, facciamo una ricognizione" ci siamo detti. Tralasciando dettagli logistici tipo dimenticanza di imbracatura (leopardata, quindi non mia!) o robe simili, in qualche modo ci siamo portati alla base dello strapiombo. Ho voluto ugualmente provare un tentativo onsight, arenato purtroppo al primo spit... che si trova comunque quasi a metà tiro dopo la sezione più delicata. Peccato! La completa insensibilità alle mani però non mi avrebbe consentito di fare un centimetro in più. Stop per far tornare un minimo di sangue alle estremità e via di nuovo fino in cima senza appendermi. Anna si è poi occupata di smontare il tiro da seconda e fare una ricognizione. Troppo freddo veramente per fare un altro giro, quindi rientro alla base con doppie verticali comodamente servite su un imbrago di fettucce.
Siamo poi tornati quattro giorni dopo per chiudere un capitolo che appariva abbastanza scontato, anche se nel dry-tooling bisogna sempre far conto con la variabile "imprevisto" della piccozza che salta senza preavviso (se non caricata con la giusta angolazione). Con quasi 20 gradi in meno della volta scorsa, sono così riuscito a scalare in bello stile la via, mettendo anche le protezioni (non tante per la verità). Anna mi ha seguito a ruota precisa e concentrata, regalandosi per i 50 anni (!) un tiro importante. Cin cin, auguri e buon appetito da Andrea all'Hotel Ondezana di Lillaz: tagliatelle fresche al Bleu d'Aoste e birra del Gran San Bernardo per concludere degnamente la giornata.

Materiale: 1 corda da 80 m (sufficiente per fare moulinette), rinvii, viti da ghiaccio, friends da #1 X4 a #1 C4 BD, martello e una piccola scelta di chiodi.
Esposizione: Ovest, sole al pomeriggio.
Avvicinamento: lo stesso di Pattinaggio Artistico diretta, Hard Ice è la parallela di destra. 20 minuti circa dal parcheggio.
Discesa: con due doppie da 40 m (fix inox con anello di calata).

Martedì 26 gennaio: -17 gradi al parcheggio di Lillaz, primo tiro con il piumino pesante.
(foto A. Torretta)
 
Freddo polare ma provo comunque: tentativo onsight arenato a metà tiro circa, poco prima delle stalattiti di ghiaccio, per insensibilità totale delle mani. Comunque contento.
(foto A. Torretta)

Dopo una pausa per far tornare (parzialmente) la sensibilità alle mani, continuo fino in sosta senza appendermi. Conscio che con temperature più "umane" diventi tutto più facile.
(foto A. Torretta)

È più forte di lei, quindici anni fa scattava le stesse foto: meno male che assicura con il Gri-Gri!
(foto A. Torretta)

Sabato 30 gennaio: 0 gradi al parcheggio di Lillaz. Da un estremo all'altro ma almeno le mani sono calde.
(foto A. Torretta)

Nonostante i selfies dell'assicuratrice, riparto concentrato per il secondo tentativo con buona certezza di scalare in bello stile, anche piazzando le protezioni.
(foto A. Torretta)

Le foto sono tutte uguali, è vero... ma l'estetica di questo tiro è unica.
(foto A. Torretta)

Anche Anna chiude subito il tiro, dopo il giro di ricognizione della volta scorsa.

Quasi cent'anni in due... ma contenti di aver onorato un pezzo di storia del cosiddetto misto moderno.