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sabato 30 gennaio 2021

Valeille - *X-Files*

*X- Files* (80 m, III/5 M9+) è una pietra miliare del cosiddetto misto moderno. È stata aperta in maniera rocambolesca dall'inglese Steve Haston in compagnia della moglie Laurence Gouault, nel 1998. Con 5 spit piantati a mano e qualche chiodo da roccia, Haston ha superato la parte sinistra del grande strapiombo dietro la colonna (quando c'è) di Hard Ice in the Rock. Rocambolesca perché si narra che qualche fondista di passaggio nella pista sottostante abbia chiamato i soccorsi pensando che le urla provenienti dalla parete fossero di alpinisti in difficolta; forse era solo Steve che cercava di comunicare qualcosa a Laurence oppure semplicemente stava urlando durante la sua prestazione :-)
Ufficialmente si tratta del primo M10 della storia, anche se i ripetitori negli anni seguenti l'hanno declassata a M9+. Sul grado si potrebbe disquisire per ore senza, come al solito, arrivare da nessuna parte. Il dry-tooling non è come la roccia che presenta caratteristiche simili ogni anno; a seconda della quantità di ghiaccio presente può essere più o meno difficile, con oscillazioni anche superiori al grado. E non è poco. Se poi si aggiunge il fatto che sul finire degli anni '90 il misto moderno era in pieno fermento e i top climbers di allora si contendevano il grado massimo facendo rimbalzare una palla che sembrava a dir poco impazzita, può apparire piuttosto fuori luogo mettersi a giudicare adesso prestazioni fatte in un'altra epoca... anche se sono passati solo poco più di 20 anni. Quello che deve rimanere oggi, a mio parere, è la grande intuizione che hanno avuto menti visionarie come Lowe, Haston e Bubu Bole, solo per citare i più rappresentativi. Noi oggi possiamo solo divertirci con materiale molto più performante su una strada già tracciata. Per farlo però bisogna mettere in conto il fattore global warming che, rispetto a una volta, consente di avere condizioni accettabili per periodi molto più brevi. Generalmente il dry-tooling, almeno nelle Alpi Occidentali, si pratica su roccia di qualità non proprio eccelsa, consolidata dal gelo con temperature rigide ma assai fragile quando fa più caldo. Questione di saper scegliere il momento giusto.
*X-Files*, a differenza di altre vie considerate storiche, ha mantenuto nel corso degli anni il suo carattere severo. Il materiale in posto non è cambiato molto e le protezioni non sono ravvicinate; fattori che hanno sempre scoraggiato visite in epoca recente. A pochi anni dalla sua apertura, aveva ricevuto un buon numero di ripetizioni da parte dei top drytoolers mondiali, poi la via è caduta progressivamente nell'oblio tranne qualche sporadica incursione. In occasione di una di queste, erano anche stati aggiunti alcuni fix nella parte alta, modificando un poco la linea originale che invece piega nettamente a destra a cercare il corpo principale della colonna di Hard Ice.
Quest'anno, complice il bel lavoro di restauro da parte di N. Bruni e F. Civra Dano, molte cordate hanno approfittato per ridare lustro a questo pezzo di storia. Chiodi ribattuti e allungati con cordoni e moschettoni, bonifica generale (anche se la roccia, è bene ricordarlo, non è solidissima), primi tre spit originali sostituiti con fix inox più altri due lungo la variante di uscita più diretta garantiscono una scalata di ampio respiro, continua, mai veramente difficile ma sempre da gestire. In una parola: bello! La linea originale di Haston, come già detto, esce un poco più a destra (visibili ancora due boccole filettate dei vecchi spit-roc e due chiodi con cordone e moschettone marci) proprio sotto il grande strapiombo formato dalla stalattite. Per quanto riguarda la difficoltà, poco cambia. Probabilmente la linea di sinistra (quella riattrezzata) risulta un po' più "sicura", correndo al margine della colonna. Nulla vieta, in futuro di rispolverare anche l'uscita originale, cosicchè si possa scalare il tiro a piacimento oppure in base alla quantità di ghiaccio presente.
Tra i vari ripetitori di quest'anno, ci siamo messi in coda anche Anna ed il sottoscritto. Insieme avevamo già percorso nel 2005 il grande freestanding di Hard Ice in the Rock, che presentava una inquietante crepa di una trentina di centimetri nella parte alta. All'epoca, Anna era reduce da un periodo al top nel mondo del dry-tooling, con prestigiose ripetizioni dei più difficili itinerari (M12) ma le mancava *X-Files*, probabilmente frenata dal carattere expo ma silenziosamente attratta da quella chimera. Per me invece l'alta difficoltà nel misto era solo un miraggio da ammirare sulle riviste (ebbene sì, in quegli anni le riviste erano ancora più quotate del web). I tempi cambiano, le passioni restano, il livello tecnico fortunatamente cresce... ancora per poco, ahimé, devo approfittarne! Era naturale che proponessi ad Anna di tornare insieme su quella cascata per cercare di chiudere un cerchio.
Con il passare degli anni una persona dovrebbe avere maggior esperienza per valutare con attenzione le giuste condizioni. Purtroppo però gli impegni della vita non sempre consentono di poter scegliere liberamente, così ci siamo trovati al parcheggio di Lillaz con una temperatura a dir poco polare. Anche le previsioni meteo più dozzinali indicavano quello come il giorno più freddo del periodo ma abbiamo comunque voluto giocarci la carta: "alla peggio, facciamo una ricognizione" ci siamo detti. Tralasciando dettagli logistici tipo dimenticanza di imbracatura (leopardata, quindi non mia!) o robe simili, in qualche modo ci siamo portati alla base dello strapiombo. Ho voluto ugualmente provare un tentativo onsight, arenato purtroppo al primo spit... che si trova comunque quasi a metà tiro dopo la sezione più delicata. Peccato! La completa insensibilità alle mani però non mi avrebbe consentito di fare un centimetro in più. Stop per far tornare un minimo di sangue alle estremità e via di nuovo fino in cima senza appendermi. Anna si è poi occupata di smontare il tiro da seconda e fare una ricognizione. Troppo freddo veramente per fare un altro giro, quindi rientro alla base con doppie verticali comodamente servite su un imbrago di fettucce.
Siamo poi tornati quattro giorni dopo per chiudere un capitolo che appariva abbastanza scontato, anche se nel dry-tooling bisogna sempre far conto con la variabile "imprevisto" della piccozza che salta senza preavviso (se non caricata con la giusta angolazione). Con quasi 20 gradi in meno della volta scorsa, sono così riuscito a scalare in bello stile la via, mettendo anche le protezioni (non tante per la verità). Anna mi ha seguito a ruota precisa e concentrata, regalandosi per i 50 anni (!) un tiro importante. Cin cin, auguri e buon appetito da Andrea all'Hotel Ondezana di Lillaz: tagliatelle fresche al Bleu d'Aoste e birra del Gran San Bernardo per concludere degnamente la giornata.

Materiale: 1 corda da 80 m (sufficiente per fare moulinette), rinvii, viti da ghiaccio, friends da #1 X4 a #1 C4 BD, martello e una piccola scelta di chiodi.
Esposizione: Ovest, sole al pomeriggio.
Avvicinamento: lo stesso di Pattinaggio Artistico diretta, Hard Ice è la parallela di destra. 20 minuti circa dal parcheggio.
Discesa: con due doppie da 40 m (fix inox con anello di calata).

Martedì 26 gennaio: -17 gradi al parcheggio di Lillaz, primo tiro con il piumino pesante.
(foto A. Torretta)
 
Freddo polare ma provo comunque: tentativo onsight arenato a metà tiro circa, poco prima delle stalattiti di ghiaccio, per insensibilità totale delle mani. Comunque contento.
(foto A. Torretta)

Dopo una pausa per far tornare (parzialmente) la sensibilità alle mani, continuo fino in sosta senza appendermi. Conscio che con temperature più "umane" diventi tutto più facile.
(foto A. Torretta)

È più forte di lei, quindici anni fa scattava le stesse foto: meno male che assicura con il Gri-Gri!
(foto A. Torretta)

Sabato 30 gennaio: 0 gradi al parcheggio di Lillaz. Da un estremo all'altro ma almeno le mani sono calde.
(foto A. Torretta)

Nonostante i selfies dell'assicuratrice, riparto concentrato per il secondo tentativo con buona certezza di scalare in bello stile, anche piazzando le protezioni.
(foto A. Torretta)

Le foto sono tutte uguali, è vero... ma l'estetica di questo tiro è unica.
(foto A. Torretta)

Anche Anna chiude subito il tiro, dopo il giro di ricognizione della volta scorsa.

Quasi cent'anni in due... ma contenti di aver onorato un pezzo di storia del cosiddetto misto moderno.

sabato 25 luglio 2020

Gran Paradiso (relativamente) speedy

La stagione estiva 2020 è stata anomala sotto tanti aspetti, compresa l'assenza quasi totale di eventi agonistici. A dire il vero, le varie federazioni sportive si sono prodigate per redigere linee guida anti-coronavirus che però prevedono forzatamente una limitazione dell'aspetto principali nelle competizioni: il social-time. Ora più che mai ci si è accorti che la classifica è la colonna portante delle gare ma i momenti pre e post competizione sono forse quelli che tutti apprezzano di più.
Detto questo, atleti di ogni livello e di ogni sport si sono riciclati in prove più personali: sfide con se stessi oppure con i cosiddetti FKT (fastest known time), termine che per la maggior parte della gente - compreso il sottoscritto -  era sconosciuto fino a questa estate.
Ispirato dagli atleti professionisti della corsa in montagna che si sono scatenati sulle cime di 4000 metri, ho voluto provare anch'io a cimentarmi nella classica salita al Gran Paradiso, cercando di impiegare meno tempo possibile. Il tutto però in completa solitudine e senza alcuna assistenza esterna, cosa che invece non accade generalmente in occasione di ricerca assoluta di un record da parte di un pro. Dettagli, indubbiamente, che però rendono le prestazioni non paragonabili tra loro. Come detto prima, alla fine la sfida è con se stessi e con il cronometro, per il puro piacere di farlo. Anche perchè, nel mio caso, quasi alla soglia dei 50 anni, pensare di mettersi in competizione con i big mondiali della specialità appare quanto meno ridicolo!
In una salita come quella del Gran Paradiso da Pont i fattori (oggettivi) determinanti per impiegare meno tempo possibile sono essenzialmente tre: il percorso, le condizioni dello stesso e il meteo. Per quanto riguarda il primo, l'esperienza dei record (Bertoglio, Champretavy e Maguet) ha mostrato che quello più veloce passa lungo una linea più o meno retta dal ponte di Pont verso la vetta del Gran Paradiso. Non si tratta di un sentiero ma di terreno "da cacciatori": vegetazione rada, cespugli, pietraia, prati e qualche breve tratto di arrampicata. Non si riesce a fare ritmo ma è molto diretto; l'alternativa sul sentiero del rifugio Vittorio Emanuele II presenta uno sviluppo di circa 20% in più. Il secondo fattore è legato alle condizioni, soprattutto della parte alta su ghiacciaio. Più si riesce a trovare una traccia regolare, ben battuta e redditizia, più si riesce a limare il tempo. Nel mio caso, purtroppo non sono riuscito a trovare l'optimum in quanto ho preferito dare più importanza al meteo. Impegni vari non mi hanno consentito di trovare la perfetta combinazione dei tre fattori. Le condizioni meteorologiche infine giocano senz'altro un ruolo determinante; assenza di vento e temperature corrette (rigelo notturno) sono i fattori che tutti vorrebbero trovare sopra i 4000 metri.
Le considerazioni invece che riguardano la sfera soggettiva e tutto quello che riguarda il cosiddetto "fattore umano" sono più complesse. Procedere slegati su un ghiacciaio è quanto di più sbagliato si possa fare in termini di sicurezza. Il fatto poi di procedere al limite delle proprie capacità costituisce un'aggravante mica da poco. In queste condizioni, con il cronometro che scandisce il tempo, è difficile essere lucidi per prendere decisioni importanti, non da ultimo la rinuncia. Sono semplici considerazioni più da "guida alpina" che da "atleta". Perchè farlo, allora? Le motivazioni sono comprensibilmente personali; ognuno si pone obiettivi differenti e nel mio caso è stato semplicemente il "piacere" di mettersi in gioco, al meglio delle possibilità del momento, in una attività che non svolgo in maniera costante e metodica. Per quanto riguarda invece il discorso "sicurezza", la scelta di procedere da solo su un ghiacciaio è più che ponderata dall'esperienza, ben sapendo che su uno dei due piatti della bilancia c'è anche un'incognita chiamata volgarmente sfortuna anche se sarebbe più corretto chiamarla overconfidence. Chiaramente in queste situazioni si cerca di mettere sull'altro piatto molto di più, affinchè il primo sia più leggero possibile. Semplici considerazioni che non hanno la pretesa di essere condivise.
Per quanto riguarda invece il mio tempo impiegato per salire dal piazzale di Pont fino alla Madonna del Gran Paradiso, non sono riuscito a fare meglio di 1.51 minuti (vedi traccia GPS caricata su Strava). In tutta onestà, paragonando i tempi su altri terreni, speravo in qualche minuto meno. Probabilmente con una preparazione più meticolosa del percorso avrei potuto limare qualcosa ma i tempi non si fanno con i "se" e con i "ma" (e neppure fermando il cronometro durante le pause), quindi mi accontento di questo risultato che - comunque - non credo che sia da buttare via.
Purtroppo non ho foto, neppure di vetta, a causa della perdita del cellulare nella prima parte del percorso; ritrovato al ritorno in mezzo all'erba grazie al sensore bluetooth dello sportwatch... miracoli della tecnologia!



Il materiale utilizzato, oltre alla maglia (MONTURA Seamless Warm Maglia) e ai pantaloni (MONTURA Run Pants), è stato il seguente:
. scarpe SCARPA Spin Ultra;
. ramponcini antiscivolo CAMP Ice Master Light;
. bastoncini MASTERS Sassolungo Carbon;
. guanti CAMP G-Comp Evo;
. cintura MONTURA Trail Function Belt;
. 1 gel ENERVIT;
. 1 fascia MONTURA Light Pro Band;
. 1 fascia leggera CAMP;
. 1 fascia multiuso (tipo Buff) CAMP;
. 1 paio di occhiali SALICE 012;
. 1 giacca leggera MONTURA Zero 119 Jacket.

Il materiale utilizzato, oltre alla maglia e ai pantaloni indossati.

 

martedì 30 giugno 2020

Valsavarenche - Parete del Ciarforin

È un vero peccato che la Parete del Ciarforin si trovi in un luogo così remoto. Se fosse raggiungibile più velocemente sarebbe un reticolo fittissimo di vie. E ci sarebbe regolarmente la coda.
Forse però questa lontananza può essere invece considerata come un punto a favore che rende questo luogo unico e "di nicchia". In tempi in cui il distanziamento sociale è più che mai ricercato, la Parete del Ciarforin si pone come un obiettivo di pregio in un contesto ambientale tipicamente di alta montagna ma che non necessita di materiale da ghiacciaio. In realtà il vicino Rifugio Vittorio Emanuele II offre una base d'appoggio di tutto rispetto, per coloro che provengono da lontano o per chi desidera fermarsi due giorni per "ammortizzare" la salita.
Sulla Parete del Ciarforin si trovano vie con lunghezze comprese tra i 150 e i 250 metri, difficoltà medie comprese tra il 6a i il 6c, attrezzate a fix dove non è possibile proteggersi con protezioni veloci.
In due giorni di scalata, abbiamo percorso tre vie, tutte meritevoli di ripetizione: *The sherpa brothers* (250 m, 6c max, 6b obbl.), *Diedro Bionaz* (150 m, 6a+ max, 6a obbl.) e *I segreti del guardaparco* (6b max, 6a obbl.). Purtroppo è sfumato il piano che prevedeva la ripetizione di *Alison* sulla Punta Marco a causa della neve abbondantemente presente sopra i 3000 metri e in via di fusione con numerose porzioni rocciose ancora bagnate. Fattore da tenere presente per una eventuale visita, consigliabile quindi (tenendo conto di un andamento stagionale "normale") non prima della metà di luglio.

Materiale: 2 corde da 60 m, 10 rinvii, 1 set di friends fino a #3 C4 BD.
Esposizione: Sud, ad una quota di circa 3000 m
Avvicinamento: Pont - Rifugio Vittorio Emanuele - base parete, ben visibile dal rifugio in alto a destra. Sono 1000 metri di dislivello su sentiero... il tempo è soggettivo ;-)
Discesa: in doppia lungo le vie.

Vista d'insieme della parete.

Terzo tiro di *The sherpa brothers* (6c).

La parte alta di *The scherpa brothers* è un po' meno compatta dei primi tiri
ma permette di raggiungere la sommità della struttura.

Vista su Ciarforon e Monciair dalla parete,
con un pensiero rivolto ad Alessandro Bosio che amava tanto queste montagne.

L'ultimo tiro di *The sherpa brothers* era bagnato,
quindi percorriamo la fine di *L'esprit de la montagne* (6b).

La sommità del Ciarforin, in vista della "schiena d'asino" e del Gran Paradiso.

Tramonto al Rifugio Vittorio Emanuele II.

Primo tiro del *Diedro Bionaz*, nella parte destra della parete, quella più compatta.

*I segreti del guardaparco*, altra bella via su roccia prettamente granitica.

Ultimo tiro de *I segreti del guardaparco*, stessa roccia di Piantonetto.

Ancora un'immagine dell'estetico ultimo tiro de *I segreti del guardaparco*.

 

domenica 21 giugno 2020

Traversata dei Becchi della Tribolazione

La traversata dei Becchi della Tribolazione è uno degli itinerari storici di alpinismo classico nel Massiccio del Gran Paradiso, come testimonia anche la sua presenza all'interno del libro-cult di Giancarlo Grassi ("Gran Paradiso e Valli di Lanzo. Le 100 più belle ascensioni"). Nonostante ciò, però, il successo in questi ultimi anni non è probabilmente quello di decenni fa. La roccia infatti, pur essendo globalmente quella solida del Piantonetto, presenta in alcuni tratti porzioni non all'altezza della parete Est del Becco Meridionale, per non dire di roccia instabile. La conferma viene dalle poche ripetizioni di alpinisti che, nel bacino di Piantonetto, preferiscono confrontarsi con le belle arrampicate del Becco di Valsoera o della già citata Est del Meridionale.
Percorsa nelle condizioni in cui abbiamo affrontato questa cresta, con molta neve, assume i connotati di una salita di misto abbastanza impegnativa, da percorrere in molti tratti con i ramponi o senza per farsi strada tra le chiazze di neve (non rigelata purtroppo) che rendevano delicata la progressione.
Come sempre, accoglienza top al Rifugio Pontese con Mara, le sue ragazze e la cucina sempre di qualità.

Materiale: 1 corda da 60 m, 1 serie di friends fino al #2 C4 BD, ramponi e piccozza a inizio stagione.
Esposizione: la cresta ha andamento N-S pertanto si scala all'ombra e ci si cala al sole.
Avvicinamento: in circa 2 ore dal Rifugio Pontese alla bocchetta quotata 3152 m
Discesa: dalla cima del Becco Meridionale della Tribolazione ci sono due possibilità. Scendere con qualche calata e corda corta lungo la cresta SSO (via normale).

Vista generale dei Becchi durante l'avvicinamento.

La cresta inizia dalla "bocchetta" a Nord del Becco Settentrionale.

Un bel fessurino all'inizio della traversata.

Sguardo Verso Sud dal Becco Settentrionale;
si vede molto bene la larga fessura che caratterizza il Centrale.

Condizioni quasi invernali... ma con rigelo pressoché nullo.

La fessura della disperazione del Piantonetto,
come è stata ribattezzata la grande spaccatura sul Becco Centrale.

Un susseguirsi mai banale di calate e tiri di corda.

Ultime difficoltà prima di arrivare in vetta al Becco Meridionale.

domenica 4 agosto 2019

Punta Vigeusa - *Principessa del Nord*

Esiste nella Valle di Cogne una bella bastionata rocciosa che potrebbe potenzialmente diventare un bel terreno di gioco per gli arrampicatori in cerca di frescura nei sempre più caldi mesi estivi. Ha quasi tutte le carte in regola per esserlo: esposizione Nord-Ovest, 2600 metri di quota circa, avvicinamento relativamente breve dalla stazione superiore della telecabina di Cogne... peccato solo un piccolo dettaglio, la qualità della roccia. Ecco, per essere paragonata all'Aiguille de la Blaitière (con caratteristiche simili) mancherebbe solo la roccia solida. In realtà la qualità non è neppure malvagia ma non ci troviamo purtroppo di fronte ad una parete dove si può tirare tranquillamente qualsiasi appiglio. È vero, "siamo in montagna" ma è giusto che il concetto venga sottolineato, per non creare false illusioni in qualche arrampicatore sportivo che cerca itinerari con le stesse caratteristiche della Corma di Machaby.
Detto ciò, la parete in questione non è altro che il versante nord occidentale della cosiddetta Punta Vigeusa (2680 m), un avancorpo della più conosciuta Punta Fenilia. Per la verità, non trattandosi di una montagna con una sommità distinta, non è stato facile individuarne il toponimo. Da un confronto con letteratura e cartografia dovrebbe essere corretto... anche se un dubbio rimane, in quanto esiste in Valnontey (non proprio adiacente) un alpeggio con lo stesso toponimo. Bisognerebbe interrogare qualche memoria storica della Valle di Cogne per svelare il mistero.
La via che abbiamo percorso oggi *Principessa del Nord (500 m, 6a max, 5b obbl.) è opera di due ragazzi locals (M. Dellanoce e A. Silvestri) che hanno esplorato il centro della parete lungo una linea logica, cercando i punti deboli e piazzando meno materiale possibile. Su ogni tiro sono presenti 2/3 fix che servono più che altro per capire dove andare; il resto si protegge agevolmente con una serie di friends.

Nota.
Successivamente alla nostra visita è stata aperta un'altra via a sinistra, con caratteristiche simili ma un po' più impegnativa: *Stampo mellico* (M. Bernardi, M. Farina, M. Majori, D. Trento 2019).

Materiale:
Esposizione:
Avvicinamento:
Discesa: benchè sia possibile scendere in doppia lungo la via è di gran lunga consigliabile seguire a piedi il sentiero della Punta Fenilia che riporta comodamente al Grand Crot.

Il topo generale della via.
Dettaglio dei tiri.
Secondo tiro per Alessandra (6a).
Terzo tiro (6a).
Vista verso il basso dalla bellissima placca del settimo tiro.
Ambiente mellico nella parte alta della via.
Ultimo tiro.
Il caratteristico pianoro in cima alla parete.
Panoramica sulle montagne della Valeille lungo il sentiero di discesa.



sabato 23 giugno 2018

Valnontey - Traversata degli Apostoli


Nell'ambito dei corsi di formazione professionale per aspiranti guide alpine, siamo andati a esplorare montagne selvagge... a due passi da casa. Il massiccio del Gran Paradiso offre angoli sperduti per gli amanti dell'alpinismo, lontani dalle masse che affollano i più blasonati gruppi di Monte Bianco e Monte Rosa. Nella solitudine più totale, abbiamo percorso la classica Traversata degli Apostoli, alla testata della Valnontey, seguendo integralmente il filo di cresta dal Colle di Money alla Punta Patrì Settentrionale. Le difficoltà tecniche sono sempre contenute e il panorama spazia su tutto l'arco alpino occidentale, con una vista inedita sul Gran Paradiso.
Il bivacco di Money, situato sopra gli omonimi pianori, offre una base d'appoggio perfetta. La traversata classica prevede l'attraversamento di Torre del Gran San Pietro, Torri di Sant'Andrea e Torre di Sant'Orso; per rendere più interessante il percorso, abbiamo aggiunto anche la prosecuzione fino alle due Punte Patrì.
Condizioni ottime con rigelo perfetto e canalone di neve per scendere scivolando fino al pianoro di Money.

Materiale: 1 corda da 30 m, 3 friends, fettucce, moschettoni, materiale da ghiacciaio.

domenica 13 agosto 2017

Parete del Ciarforin - *Jasmine*

Esiste un pezzo di Valle dell'Orco anche in Valle d'Aosta. Si tratta della porzione rocciosa situata a monte del rifugio Vittorio Emanuele (Valsavarenche) che prende il nome di Parete del Ciarforin - Punta Marco - Becca di Moncorvé... peccato che si trovi a non meno di 1000 metri di dislivello dal fondovalle. In compenso, l'ambiente in cu si scala è quello tipico dell'alta montagna, anche se ormai non sono più presenti i ghiacciai.
Oggi, con mezza giornata a disposizione, siamo andati a curiosare la Parete del Ciarforin, situata ad una ventina di minuti dal rifugio (e a circa un'ora e mezza da Pont) ma praticamente sempre deserta. Peccato perchè la roccia è molto bella anche se necessita di un po' di adattamento per prendere confidenza con il fatto che è poco "aderente". Siamo stati subito attratti dalla linea di *Jasmine* (150 m, ED, 7b max, 6b+ obbl.), la più corta ma quella che presenta la lunghezza più difficile finora liberata sulla parete. Sono solo quattro tiri ma tutti da scalare e con chiodatura che non lascia troppo tempo per osservare il bellissimo panorama; per quello ci sono le soste.
Il primo tiro presenta già in partenza una sezione impegnativa (con un moschettonaggio delicato), preludio di quello che si troverà più in alto. Il secondo è sicuramente il più bello della via, vario e mai banale, progressivamente più difficile fino all'ultimo fix dove si trova un bel rebus da risolvere per uscire in sosta. La soluzione è abbastanza logica ma non così evidente da essere risolta a vista... a meno di non essere dei "superfantaplacchisti" (cit. Tromba). Sul terzo tiro ci si rilassa un attimo. Sull'ultimo invece occorre ancora essere concentrati per affrontare due "alzate" simpatiche.
Nel complesso, quindi, una via degna di ripetizione magari (con tutta la giornata a disposizione) in abbinamento con un'altra vicina. Le relazioni si trovano al rifugio.
Per quanto riguarda le considerazioni strettamente personali, sono rientrato a valle piuttosto soddisfatto per aver salito in bello stile tutta la via, nonostante abbia dovuto ripetere - oltre al secondo tiro - anche il primo... che, con le dita fredde, non ero riuscito a scalare bene al primo giro.

Materiale: corde da 50 m, 10 rinvii, 1 set di friends da #.1 X4 a #1 C4 BD.
Esposizione: Sud, ad una quota di circa 3000 metri.
Avvicinamento: Pont - Rifugio Vittorio Emanuele - base parete, ben visibile dal rifugio in alto a destra. Sono 1000 metri di dislivello su sentiero... il tempo è soggettivo ;-)
Discesa: in doppia lungo la via saltando S2. Portarsi eventualmente qualche cordone da sostituire; attualmente è ancora presente il materiale originale.

Primo tiro, con vista sulla placca arancione del secondo.
La prima metà del secondo tiro... prima della bellissima placca.
Terzo tiro per Ale.
Ultimo tiro: molto bello, severo e obbligato.
Ciarforon e Monciair... purtroppo non più "belle" come tanti anni fa.
Il rifugio Vittorio Emanuele, ottimo punto d'appoggio a una ventina di minuti dalla parete.
Il topo della via.