sabato 25 luglio 2020

Gran Paradiso (relativamente) speedy

La stagione estiva 2020 è stata anomala sotto tanti aspetti, compresa l'assenza quasi totale di eventi agonistici. A dire il vero, le varie federazioni sportive si sono prodigate per redigere linee guida anti-coronavirus che però prevedono forzatamente una limitazione dell'aspetto principali nelle competizioni: il social-time. Ora più che mai ci si è accorti che la classifica è la colonna portante delle gare ma i momenti pre e post competizione sono forse quelli che tutti apprezzano di più.
Detto questo, atleti di ogni livello e di ogni sport si sono riciclati in prove più personali: sfide con se stessi oppure con i cosiddetti FKT (fastest known time), termine che per la maggior parte della gente - compreso il sottoscritto -  era sconosciuto fino a questa estate.
Ispirato dagli atleti professionisti della corsa in montagna che si sono scatenati sulle cime di 4000 metri, ho voluto provare anch'io a cimentarmi nella classica salita al Gran Paradiso, cercando di impiegare meno tempo possibile. Il tutto però in completa solitudine e senza alcuna assistenza esterna, cosa che invece non accade generalmente in occasione di ricerca assoluta di un record da parte di un pro. Dettagli, indubbiamente, che però rendono le prestazioni non paragonabili tra loro. Come detto prima, alla fine la sfida è con se stessi e con il cronometro, per il puro piacere di farlo. Anche perchè, nel mio caso, quasi alla soglia dei 50 anni, pensare di mettersi in competizione con i big mondiali della specialità appare quanto meno ridicolo!
In una salita come quella del Gran Paradiso da Pont i fattori (oggettivi) determinanti per impiegare meno tempo possibile sono essenzialmente tre: il percorso, le condizioni dello stesso e il meteo. Per quanto riguarda il primo, l'esperienza dei record (Bertoglio, Champretavy e Maguet) ha mostrato che quello più veloce passa lungo una linea più o meno retta dal ponte di Pont verso la vetta del Gran Paradiso. Non si tratta di un sentiero ma di terreno "da cacciatori": vegetazione rada, cespugli, pietraia, prati e qualche breve tratto di arrampicata. Non si riesce a fare ritmo ma è molto diretto; l'alternativa sul sentiero del rifugio Vittorio Emanuele II presenta uno sviluppo di circa 20% in più. Il secondo fattore è legato alle condizioni, soprattutto della parte alta su ghiacciaio. Più si riesce a trovare una traccia regolare, ben battuta e redditizia, più si riesce a limare il tempo. Nel mio caso, purtroppo non sono riuscito a trovare l'optimum in quanto ho preferito dare più importanza al meteo. Impegni vari non mi hanno consentito di trovare la perfetta combinazione dei tre fattori. Le condizioni meteorologiche infine giocano senz'altro un ruolo determinante; assenza di vento e temperature corrette (rigelo notturno) sono i fattori che tutti vorrebbero trovare sopra i 4000 metri.
Le considerazioni invece che riguardano la sfera soggettiva e tutto quello che riguarda il cosiddetto "fattore umano" sono più complesse. Procedere slegati su un ghiacciaio è quanto di più sbagliato si possa fare in termini di sicurezza. Il fatto poi di procedere al limite delle proprie capacità costituisce un'aggravante mica da poco. In queste condizioni, con il cronometro che scandisce il tempo, è difficile essere lucidi per prendere decisioni importanti, non da ultimo la rinuncia. Sono semplici considerazioni più da "guida alpina" che da "atleta". Perchè farlo, allora? Le motivazioni sono comprensibilmente personali; ognuno si pone obiettivi differenti e nel mio caso è stato semplicemente il "piacere" di mettersi in gioco, al meglio delle possibilità del momento, in una attività che non svolgo in maniera costante e metodica. Per quanto riguarda invece il discorso "sicurezza", la scelta di procedere da solo su un ghiacciaio è più che ponderata dall'esperienza, ben sapendo che su uno dei due piatti della bilancia c'è anche un'incognita chiamata volgarmente sfortuna anche se sarebbe più corretto chiamarla overconfidence. Chiaramente in queste situazioni si cerca di mettere sull'altro piatto molto di più, affinchè il primo sia più leggero possibile. Semplici considerazioni che non hanno la pretesa di essere condivise.
Per quanto riguarda invece il mio tempo impiegato per salire dal piazzale di Pont fino alla Madonna del Gran Paradiso, non sono riuscito a fare meglio di 1.51 minuti (vedi traccia GPS caricata su Strava). In tutta onestà, paragonando i tempi su altri terreni, speravo in qualche minuto meno. Probabilmente con una preparazione più meticolosa del percorso avrei potuto limare qualcosa ma i tempi non si fanno con i "se" e con i "ma" (e neppure fermando il cronometro durante le pause), quindi mi accontento di questo risultato che - comunque - non credo che sia da buttare via.
Purtroppo non ho foto, neppure di vetta, a causa della perdita del cellulare nella prima parte del percorso; ritrovato al ritorno in mezzo all'erba grazie al sensore bluetooth dello sportwatch... miracoli della tecnologia!



Il materiale utilizzato, oltre alla maglia (MONTURA Seamless Warm Maglia) e ai pantaloni (MONTURA Run Pants), è stato il seguente:
. scarpe SCARPA Spin Ultra;
. ramponcini antiscivolo CAMP Ice Master Light;
. bastoncini MASTERS Sassolungo Carbon;
. guanti CAMP G-Comp Evo;
. cintura MONTURA Trail Function Belt;
. 1 gel ENERVIT;
. 1 fascia MONTURA Light Pro Band;
. 1 fascia leggera CAMP;
. 1 fascia multiuso (tipo Buff) CAMP;
. 1 paio di occhiali SALICE 012;
. 1 giacca leggera MONTURA Zero 119 Jacket.

Il materiale utilizzato, oltre alla maglia e ai pantaloni indossati.

 

domenica 5 luglio 2020

Dolomiti - arrampicate varie

Quattro giorni di trasferta dolomitica, caratterizzata purtroppo da una meteo non proprio favorevole ma che ci ha lasciato comunque scalare tre un acquazzone e l'altro. Gli obiettivi sono stati forzatamente ridotti in funzione delle poche ore di bel tempo disponibili, quindi abbiamo percorso vie relativamente brevi e con poco avvicinamento. Fortunatamente le Dolomiti (e la zona del Sellaronda in particolare) offrono una scelta vastissima ed estremamente diversificata.
Il primo giorno abbiamo scalato *Icterus* (200 m, 6c+ max) alla I Torre del Sella; una bella via di H. Eisendle, inizialmente molto ardita e pericolosa ma richiodata quasi interamente a fix nel 2009. Ora si può scalare serenamente concentrandosi sui movimenti e non sulla paura di farsi male... Attenzione solo a seguire il giusto percorso, visto che nei paraggi ci sono altre linee: consigliabile consultare la relazione, facilmente reperibile anche sul web.
Il secondo giorno siamo andati a sfatare la diceria che la Vallunga sia bella solo per le cascate di ghiaccio. Il Ciampanil de Val ha tutte le caratteristiche che cercavamo e siamo andati a curiosare la bella *Lisa* (200 m, VII), aperta dallo specialista I. Rabanser. Va subito detto che la roccia, oggettivamente, non è delle più solide e che l'attrezzatura delle vie è interamente a chiodi normali. Premesse non proprio invitanti se non fosse che i gardenesi, autentici custodi del proprio territorio, hanno fatto un lavoro encomiabile di pulizia e attrezzatura, per rendere le vie piacevoli e divertenti, pur mantenendo quel pizzico di severità che le distingue dalle linee con fix in serie ogni metro. Riflettevo, tra me e me, sulla scelta di mantenere una chiodatura tradizionale, con chiodi normali sistematicamente cementati. La risposta che mi sono dato, a sensazione e senza essere un esperto di quel tipo di roccia, risiede nella solidità stessa; pensando di piantare un fix su quel terreno avrei molti dubbi sulla tenuta generale della porzione rocciosa circostante. Un chiodo normale invece sfrutta già le debolezze naturali senza alterare gli equilibri di una roccia così fratturata. Il fatto di cementarlo contribuisce sicuramente alla sua solidità e richiede meno manutenzione. Ribadisco, un gran lavoro dei gardenesi che richiede tanta esperienza: bravi!
Il terzo giorno, con il meteo in lento miglioramento, abbiamo percorso una via più lunga sul Sass Caimpac: *Solarium* (500 m, VI+). Si tratta di una via relativamente recente (1992) ma diventata ben presto una classica. Tra avvicinamento, arrampicata e discesa si compie un bel giro ad anello, molto suggestivo, con partenza/arrivo non lontano dal Passo Gardena.
L'ultimo giorno finalmente ha fatto capolino il sole... ma noi, per non perdere il vizio di arrampicare al fresco, siamo andati all'ombra delle Mesules :-) Impensabile per me lasciare le Dolomiti senza il consueto pellegrinaggio in questo settore che presenta un condensato delle caratteristiche che più mi piacciono nella scalata: qualità della roccia (un mix di Sardegna e Ceüse), stile di scalata (trad), comodo accesso, temperature fresche (ombra). Considerato il modesto sviluppo delle vie, è anche la location giusta da abbinare ad un lungo rientro verso l’altra parte dell'arco alpino. La scelta della via, questa volta, è ricaduta sulla bellissima *Geo* (200 m, VII max, VII obbl.). Un tiro più bello dell'altro, pochissime protezioni (tradizionali) in posto, quasi interamente da proteggere con un sapiente utilizzo dei friends ma soprattutto tutta da scalare in totale armonia con la roccia che offre un'incredibile sequenza naturale di prese. La difficoltà tecnica, qui, passa in secondo piano: si scala principalmente con la testa prima ancora che con le braccia. Partire con il pensiero che "tanto è solo 6b" è l'approccio più sbagliato che ci sia, almeno per me. Aprire una via del genere dev'essere stata un'esperienza fantastica; un priviliegio che è stato riservato al fuoriclasse A. Holzknecht nel 1987. Considerata la vicinanza della strada, se una via come questa fosse attrezzata a fix sarebbe "unta"; ringraziamo quindi ancora una volta i gardenesi per aver trasmesso un patrimonio arrampicatorio del genere, respingendo ogni tipo di contaminazione. In questo modo si ha la certezza di non trovare la coda sulle vie e di scalare in tranquillità... meglio ancora in autunno senza il continuo traffico automobilistico estivo.

I Torre del Sella, primo tiro di *Icterus*.
Via perfetta er riempire una mezza giornata con temporali imminenti.

Terzo tiro di *Icterus* (6c+) - purtroppo bagnato - che riusciamo a salire ugualmente senza cadere.

La Vallunga è conosciuta principalmente per le cascate di ghiaccio
ma offre anche alcune belle arrampicate. Avvicinamento al Ciampanil de Val.

Secondo tiro di *Lisa*, al Ciampanil de Val.

Il fondo della suggestiva Vallunga, visto dal Ciampanil de Val.

Settimo tiro di *Lisa*, un bel diedro (corto) strapiombante ma su prese generose.

Sass Ciampac, *Solarium*... non proprio al sole (meglio così).

Arrampicata classica dolomitica sul Sass Ciampac.

Verso la parte alta di *Solarium*.

Vista generale sul Passo Gardena dal Sass Ciampac.

Terreno facile ma da "corda corta", all'uscita della via per raggiungere il comodo sentiero di discesa.

Panoramica su una porzione delle Mesules.

Uno dei primi tiri di *Geo*, celebre via delle Mesules.

Uno dei tiri più belli di *Geo*, quello del tetto. Pura arrampicata trad su roccia da antologia.
(foto J. Perruquet)

Superamento del tetto con fondamentale tallonata destra.
Impossibile non pensare a Manfred Stuffer in freesolo, nel 2009! (foto F. Perrone)

L'estrema bellezza della via percorsa si legge chiaramente sui volti dei tre ragazzi.
Il panorama bucolico è la ciliegina sulla torta.


martedì 30 giugno 2020

Valsavarenche - Parete del Ciarforin

È un vero peccato che la Parete del Ciarforin si trovi in un luogo così remoto. Se fosse raggiungibile più velocemente sarebbe un reticolo fittissimo di vie. E ci sarebbe regolarmente la coda.
Forse però questa lontananza può essere invece considerata come un punto a favore che rende questo luogo unico e "di nicchia". In tempi in cui il distanziamento sociale è più che mai ricercato, la Parete del Ciarforin si pone come un obiettivo di pregio in un contesto ambientale tipicamente di alta montagna ma che non necessita di materiale da ghiacciaio. In realtà il vicino Rifugio Vittorio Emanuele II offre una base d'appoggio di tutto rispetto, per coloro che provengono da lontano o per chi desidera fermarsi due giorni per "ammortizzare" la salita.
Sulla Parete del Ciarforin si trovano vie con lunghezze comprese tra i 150 e i 250 metri, difficoltà medie comprese tra il 6a i il 6c, attrezzate a fix dove non è possibile proteggersi con protezioni veloci.
In due giorni di scalata, abbiamo percorso tre vie, tutte meritevoli di ripetizione: *The sherpa brothers* (250 m, 6c max, 6b obbl.), *Diedro Bionaz* (150 m, 6a+ max, 6a obbl.) e *I segreti del guardaparco* (6b max, 6a obbl.). Purtroppo è sfumato il piano che prevedeva la ripetizione di *Alison* sulla Punta Marco a causa della neve abbondantemente presente sopra i 3000 metri e in via di fusione con numerose porzioni rocciose ancora bagnate. Fattore da tenere presente per una eventuale visita, consigliabile quindi (tenendo conto di un andamento stagionale "normale") non prima della metà di luglio.

Materiale: 2 corde da 60 m, 10 rinvii, 1 set di friends fino a #3 C4 BD.
Esposizione: Sud, ad una quota di circa 3000 m
Avvicinamento: Pont - Rifugio Vittorio Emanuele - base parete, ben visibile dal rifugio in alto a destra. Sono 1000 metri di dislivello su sentiero... il tempo è soggettivo ;-)
Discesa: in doppia lungo le vie.

Vista d'insieme della parete.

Terzo tiro di *The sherpa brothers* (6c).

La parte alta di *The scherpa brothers* è un po' meno compatta dei primi tiri
ma permette di raggiungere la sommità della struttura.

Vista su Ciarforon e Monciair dalla parete,
con un pensiero rivolto ad Alessandro Bosio che amava tanto queste montagne.

L'ultimo tiro di *The sherpa brothers* era bagnato,
quindi percorriamo la fine di *L'esprit de la montagne* (6b).

La sommità del Ciarforin, in vista della "schiena d'asino" e del Gran Paradiso.

Tramonto al Rifugio Vittorio Emanuele II.

Primo tiro del *Diedro Bionaz*, nella parte destra della parete, quella più compatta.

*I segreti del guardaparco*, altra bella via su roccia prettamente granitica.

Ultimo tiro de *I segreti del guardaparco*, stessa roccia di Piantonetto.

Ancora un'immagine dell'estetico ultimo tiro de *I segreti del guardaparco*.

 

martedì 23 giugno 2020

Traversata integrale S-N della Grande Roëse, dal Colle di Leppe al passaggio di Bonplan

Giungendo ad Aosta dalla Bassa Valle, non si può fare a meno di notare in alto a sinistra il caratteristico Colle di Salé, ovvero la larga sella dal profilo regolare che si staglia contro il cielo a Est del Mont Emilius. Questa, in realtà, costituisce la parte finale di una bella cresta che culmina con i 3357 metri della Grande Roëse. Oggi siamo andati a curiosare questo angolo della Valle d'Aosta tanto visibile dal fondovalle quanto selvaggio nella realtà. Il motivo è da attribuirsi sostanzialmente alla lunghezza degli avvicinamenti e ai notevoli dislivelli da percorrere per raggiungere cime non famose e neppure molto alte.
In un periodo in cui il "distanziamento sociale" è più che mai d'obbligo, la scelta di un percorso come questo si è rivelata azzeccata. Nelle condizioni in cui l'abbiamo percorsa, la progressione è stata quella tipica del terreno misto, con una armoniosa alternanza di roccia e neve. Normalmente è preferibile percorrerla in stagione estiva avanzata, risparmiando così sul peso di ramponi e piccozza.
Inutile dire che la cresta è molto panoramica, in quanto si trova proprio in mezzo alla Valle d'Aosta, con una skyline che spazia dal Gran Paradiso al Monte Rosa, passando per Monte Bianco, Grand Combin e Cervino. Tecnicamente parlando, non oppone difficoltà di rilievo ma neccessita comunque una buona abitudine a muoversi su terreno esposto oppure su rocce poco solide.
La traversata classica sarebbe compresa tra il Colle di Leppe e il Colle di Salé, da dove si può rientrare direttamente al bivacco Menabreaz. Vista la bella giornata a disposizione, abbiamo deciso di proseguire verso Nord fino al termine della cresta vera e propria che presenta ancora qualche sezione interessante in corrispondenza della Torre di Salé. Il rientro lungo l'esposto sentiero che collega il vallone di Saint-Marcel a quello delle Laures (Bonplan) è degno di nota: camminare agevolmente su una traccia che sfrutta astutamente le debolezze di uno scosceso versante roccioso è un lusso!

Materiale: 1 corda da 20 m, 4 friends medi, ramponi e piccozza ad inizio stagione.
Esposizione: la cresta ha andamento N-S, in linea generale si sale al sole e si scende all'ombra. In realtà il sole è praticamente sempre presente, ma non negli occhi ;-)
Avvicinamento: il Colle di Leppe, dove inizia la cresta, si raggiunge in meno di un'ora dal bivacco Menabreaz alle Laures, ottimo punto d'appoggio per la traversata.
Discesa: intercettato il sentiero a Bonplan, seguirlo verso SW fino a ricongiungersi con quello di accesso alle Laures.

La splendida conca delle Laures che ospita il bivacco Menabreaz.

Salita al Colle di Leppe.

Sguardo verso Nord e il proseguimento della cresta, dalla Punta Garzotto.

Giornata splendida, neanche una nuvola.

In vetta alla Grande Roëse.

Dalla vetta della Grande Roëse, si scende verso Nord (foto F. Perrone).

Qualche passaggio di arrampicata non difficile lungo la cresta.

La piccola croce sulla vetta della Punta Junod, con lo sfondo della Grande Roëse.

Ancora tanta neve in cresta, che rende la progressione più "mista" che "rocciosa".

Ultima breve lunghezza di corda per raggiungere la sommità della Petite Roëse (foto F. Perrone).

Proseguiamo la traversata in cresta oltre la Becca di Salé, verso la Torre di Salé e il passaggio di Bonplan.

domenica 21 giugno 2020

Traversata dei Becchi della Tribolazione

La traversata dei Becchi della Tribolazione è uno degli itinerari storici di alpinismo classico nel Massiccio del Gran Paradiso, come testimonia anche la sua presenza all'interno del libro-cult di Giancarlo Grassi ("Gran Paradiso e Valli di Lanzo. Le 100 più belle ascensioni"). Nonostante ciò, però, il successo in questi ultimi anni non è probabilmente quello di decenni fa. La roccia infatti, pur essendo globalmente quella solida del Piantonetto, presenta in alcuni tratti porzioni non all'altezza della parete Est del Becco Meridionale, per non dire di roccia instabile. La conferma viene dalle poche ripetizioni di alpinisti che, nel bacino di Piantonetto, preferiscono confrontarsi con le belle arrampicate del Becco di Valsoera o della già citata Est del Meridionale.
Percorsa nelle condizioni in cui abbiamo affrontato questa cresta, con molta neve, assume i connotati di una salita di misto abbastanza impegnativa, da percorrere in molti tratti con i ramponi o senza per farsi strada tra le chiazze di neve (non rigelata purtroppo) che rendevano delicata la progressione.
Come sempre, accoglienza top al Rifugio Pontese con Mara, le sue ragazze e la cucina sempre di qualità.

Materiale: 1 corda da 60 m, 1 serie di friends fino al #2 C4 BD, ramponi e piccozza a inizio stagione.
Esposizione: la cresta ha andamento N-S pertanto si scala all'ombra e ci si cala al sole.
Avvicinamento: in circa 2 ore dal Rifugio Pontese alla bocchetta quotata 3152 m
Discesa: dalla cima del Becco Meridionale della Tribolazione ci sono due possibilità. Scendere con qualche calata e corda corta lungo la cresta SSO (via normale).

Vista generale dei Becchi durante l'avvicinamento.

La cresta inizia dalla "bocchetta" a Nord del Becco Settentrionale.

Un bel fessurino all'inizio della traversata.

Sguardo Verso Sud dal Becco Settentrionale;
si vede molto bene la larga fessura che caratterizza il Centrale.

Condizioni quasi invernali... ma con rigelo pressoché nullo.

La fessura della disperazione del Piantonetto,
come è stata ribattezzata la grande spaccatura sul Becco Centrale.

Un susseguirsi mai banale di calate e tiri di corda.

Ultime difficoltà prima di arrivare in vetta al Becco Meridionale.