giovedì 28 agosto 2014

Roccia Nera - *Ice Fresser*

Il mitico ghiacciatore canadese Guy Lacelle diceva che il ghiaccio va salito nel momento in cui lo vedi... il giorno successivo potrebbe non esserci più! Quando sul noto portale di montagna gulliver.it è comparsa la relazione di *Ice Fresser* (350 m, III/5 M) sulla parete Sud della Roccia Nera, ho proprio pensato a Guy. Nei giorni 24 e 25 agosto questa linea è stata salita da due cordate di appassionati dell'effimero del Nord Ovest, relazionandola 2 giorni dopo... Nel periodo estivo solitamente non penso al ghiaccio ma l'andamento di questa estate bizzarra effettivamente poteva far immaginare una buona formazione della goulotte in questione. Si trova in pieno Sud a circa 4000 metri di quota e normalmente si forma per fusione della neve dei pendii sommitali: water-ice no alpine-ice... è a tutti gli effetti una cascata di ghiaccio, in quota. Le condizioni ideali si verificano dopo un lungo periodo di caldo seguito da un altro più freddo... con il rischio però di una rapida degradazione a causa dell'irraggiamento solare. In questi giorni è perfetta! Chissà quanto durerà?
Per risparmiare un giorno ed evitare la prevedibile coda da "effetto-gulliver" siamo partiti alle 19 di sera da Cime Bianche per andare a pernottare al Bivacco Rossi-Volante, situato proprio a ridosso della via: fortunatamente abbiamo trovato solo due tedeschi, diretti verso la traversata dei Breithorn. Certamente la risalita estiva della pista del Ventina era un'esperienza che mi mancava... e da non ripetere con lo zaino carico di attrezzatura per l'arrampicata su ghiaccio (più una serie di friends)!
*Ice Fresser* è stata salita per la prima volta nell'agosto del 1987 da G. Fayolle e G.C. Grassi e da allora ripetuta poche volte... se ci fosse una webcam puntata sopra, ci sarebbe la coda!
Le condizioni attuali ci hanno consentito una progressione relativamente veloce, ovvero 4 ore dall'attacco fino alla vetta della Roccia Nera che abbiamo raggiunto prima delle 10.30.
Le prime due soste sono attrezzate a chiodi, poi non si trova più nulla fino all'ultimo tiro dove c'è un chiodo a metà diedro. Complessivamente abbiamo effettuato 4 tiri lunghi fino al termine dell'ultima colonna visibile anche dal basso, poi con altre due lunghezze siamo usciti sul pendio finale.
Le foto purtroppo non sono di qualità, in quanto scattate con i telefoni cellulari... comunque meglio di niente :-)

Materiale: 2 corde da 60 m, 5 viti da ghiaccio, 1 set completo di friends C3+C4 BD fino al #3 C4.
Esposizione: Sud ad una quota di 3800 metri.
Avvicinamento: praticamente in piano dal bivacco Rossi-Volante, 10 minuti.
Discesa: facilmente (e velocemente) a piedi lungo la via normale della Roccia Nera.

Vista da sotto della linea con l'indicazione delle prime quattro lunghezze effettuate (foto A. Giolitti)

Partenza alle ore 19 da Cime Bianche per raggiungere il bivacco Rossi-Volante: lungo!

L'interno del bivacco Rossi-Volante... come al solito, molto accogliente :-)

Terzo tiro: quasi 60 metri per superare tutto il salto centrale...

Quarto tiro: la colonna finale, verticale ma non lunghissima

Ale impegnata nella parte alta della via

Ultima difficoltà: un bel diedro ghiacciato, piuttosto interessante

Ale all'uscita dell'ultimo tiro

domenica 24 agosto 2014

Valpelline - traversata completa della Costiera dell'Aroletta

La Costiera dell'Aroletta si trova a ridosso del Rifugio Crête Sèche, in alta Valpelline. È conosciuta per le numerose arrampicate principalmente sportive che si articolano sul versante orientale dell'Aiguille de l'Aroletta, della Punta Jean Charrey (*Spigolo Bozzetti*) e della Vierge de l'Aroletta. La roccia non è purtroppo di ottima qualità ovunque... ma l'entusiasmo del gestore del rifugio (Daniele) ha contaminato parecchi alpinisti e arrampicatori che periodicamente percorrono le vie più gettonate, ottimamante attrezzate. Tutte le relazioni degli itinerari di arrampicata si possono scaricare direttamente dal sito Web del rifugio.
In passato queste montagne erano considerate la "palestra" di arrampicata degli aostani, terreno su cui fare esperienza per salite più impegnative. Ora i tempi sono cambiati... e si tende purtroppo a cimentarsi direttamente con queste ultime. Peccato, perché un po' di sana esperienza su terreni non proprio asettizzati è molto più formativo che percorrere le solite vie battute (anche se più impegnative).
Personalmente sono abbastanza legato all'Aroletta: venivo da giovane con mio padre a riscoprire i vecchi itinerari prima che si confondessero con le moderne linee di fix. Un ricordo fra tutti: il Berger d'Aroletta. Si tratta di un curioso monolite alto una cinquantina di metri; il suo versante Ovest è quello più ripido, dove le guide F. Garda e P. Rosset avevano tracciato una via breve ma ardita. Nel 1994 son dovuto tornare due volte per riuscire a venire a capo di quell'itinerario, che non era praticamente attrezzato... esperienze di gioventù, preziosissimo bagaglio formativo!
L'idea di percorrere in cresta tutta la Costiera dell'Aroletta mi è venuta recentemente... sapevo che, a tratti, viene percorsa regolarmente ma mi stuzzicava l'idea di poterla concatenare d'un fiato tutta insieme. Si tratta di una bella cavalcata in cresta che presenta uno sviluppo lineare di più di 2 km, con numerosi sali-scendi, calate e tratti di arrampicata. Ogni tanto si trova qualche fix delle vie moderne (Pointe Duc e Punta Jean Charrey) oppure qualche calata recentemente attrezzata (Aiguille de l'Aroletta e Berger); dopo il Col du Grand Barmé si trova una calata da un gendarme attrezzata con un cordone e un cavo d'acciaio; le calate dalla Vierge de l'Aroletta sono ancora quelle vecchie a spit da 8 mm ma ancora valide; una breve calata a chiodi dal primo gendarme dopo il Col de l'Aroletta. Indubbiamente è un ottimo terreno per impratichirsi con le manovre di corda e i cambi di assetto! È lunga e non bisogna perdere troppo tempo se si vuole portare a termine nella sua integralità... c'è da dire che è possibile interrompere in più punti: le vie di fuga si trovano generalmente in corrispondenza dei colli.
Per avere un parametro indicativo, noi abbiamo percorso la cresta in 8 ore dal rifugio al Col de Faudery... l'unico tratto conosciuto era la vetta del Berger d'Aroletta (raggiunto 20 anni fa dalla via *Garda-Rosset*) e il tratto compreso tra la Punta Jean Charrey e il Col de l'Aroletta. Per il resto, onsight... anzi flash, dopo attenta lettura della Guida ai Monti d'Italia :-)

Materiale: 1 corda da 50 m, 4 rinvii, una piccola scelta di protezioni veloci, cordini e fettucce, pedule leggere.
Esposizione: prevalentemente Sud Est.
Avvicinamento: dal Rifugio Crête Sèche, attraversare in lieve discesa verso l'estremità sinistra dell'Aiguille de l'Aroletta, da dove si risale il ripido canale (paravalanghe) che conduce al Col du Freyty.
Discesa: dal Col de Faudery, raggiungere il sentiero della via normale al Mont Gelé. Percorrerlo verso destra fino al Rifugio Crête Sèche.

In rosso è indicata la cresta percorsa

Schema orografico della Costiera dell'Aroletta, tratto dalla Guida ai Monti d'Italia (Buscaini)

Un momento della traversata, prima della Vierge de l'Aroletta: sullo sfondo il Rifugio Crête Sèche

Attraversamento di un pinnaccolo dopo il Col de l'Aroletta

Ultimo tratto di cresta prima del Col de Faudery

venerdì 15 agosto 2014

Francia - arrampicate intorno a Briançon

La bella parete Ovest della 3ème Tour de Queyrellin (Cerces), dove corre *Les dents de Cyrielle*
Piccola trasferta oltralpe nei giorni di ferragosto, verso una delle zone montane con meteo migliore: il briançonnais. Sulle Alpi di confine e a Nord imperversava il freddo, la neve e il vento!
Strada facendo ci siamo fermati a visitare il monolite di Sardières... più volte osservato sul libro (poco conosciuto, per la verità) di Giancarlo Grassi "90 scalate su guglie e monoliti". Si tratta di un'interessante curiosità geologica, ovvero una torre slanciata di carniola che si alza per 93 metri in mezzo ad un fitto bosco. Ovviamente non abbiamo resistito alla tentazione di salirla: roccia delicata (ma resa sicura da numerosi passaggi) e ottima chiodatura a fittoni resinati. Scalare con le ultime luci del giorno, senza gruppi di turisti che passeggiano alla base è stato sicuramente un privilegio. Abbiamo percorso la via più gettonata, ovvero *Dieu des elfes* (100 m, 6c max, 6b obbl.)... carina e piuttosto rilassante.
Il programma del secondo giorno prevedeva la salita di una delle vie più impegnative e temute del briançonnais: *Clin d'oeil au paradis* (300 m, 7c max, 7a obbl.) sulla parete Est della Crête du Raisin. Il meteo della giornata suggeriva tutto meno che arrampicare: solo 1 grado al piazzale di Nevache, con evidenti "sbuffi" nevosi all'orizzonte. L'incontro con Arnaud Petit, diretto alla 3ème Tour de Queyrellin, ci ha però motivati e siamo partiti decisi. Diciamo che siamo riusciti a salire la via... senza però provare quel piacere di arrampicare tipico delle belle giornate con il clima giusto ;-) La via complessivamente è bella e si trova in un contesto assolutamente selvaggio e solitario, anche se non lontano dal Refuge de Chardonnet. La chiodatura è esigente ma non ha nulla a che vedere con gli standard elvetici (Wenden) sulle medesime difficoltà. Portare un set di friends da #.3 a #1 C4 BD.
Il terzo giorno avevamo una sola priorità: scalare al caldo! Abbiamo raggiunto gli amici Ettore e Marco alla solare Paroi du Ponteil, dove abbiamo salito *Magic line* (180 m, 7a max, 6b obbl.). Si tratta di un interessante settore, non lontano dalla macchina, che propone una serie di belle vie, generalmente non difficili, su roccia molto bella.
Abbiamo poi dedicato il quarto giorno all'esplorazione di una zona non lontana da Briançon, molto selvaggia e interessante: l'Ubaye. Seguendo le indicazioni del libro-cult "Itineraires d'un grimpeur gâté" di P. Mussatto, ci siamo diretti verso l'Aiguille Pierre André dove si trova una via di media difficoltà e chiodata in stile plaisir: *Les marmottes givrées* (200 m, 6b max, 5c obbl.). Considerata la tipologia della via e il lungo avvicinamento, abbiamo scelto di percorrerla in stile trail-climbing... ovvero fast&light con partenza dopo mezzogiorno dal piazzale al termine della strada: è sicuramente il metodo migliore per non trovare coda lungo la via (e dormire un po' di più al mattino!).
Il quinto giorno siamo tornati nella zona del Refuge de Chardonnet per salire quella che è indicata da tutti come la via con la roccia migliore del gruppo dei Cerces: *Les dents de Cyrielle* (350 m, 7a max, 6c obbl.) sulla 3ème Tour du Queyrellin. Tenevo particolarmente a questa via, in quanto aperta all'inizio degli anni '90 da un tale Gérard Chantriaux... personaggio poco conosciuto ma che meriterebbe maggior celebrità. Giusto per capire, è colui che ha aperto in solitaria nel 1982 la celebre Cascade des Viollins (WI6) e che ha "inventato" le mitiche piccozze Pulsar (Charlet-Moser) oltre ad aver introdotto per primo l'utilizzo del rampone monopunta: indubbiamente una mente in fermento!
La sua via non ha deluso le aspettative, soprattutto per la qualità della roccia.
Sulla via del ritorno, infine, ci siamo fermati in Valle Stretta alla storica Parete dei Militi, dove Ale voleva a tutti i costi ripercorrere le orme di Marco Bernardi e salire la sua *Albatros* (180 m, 7a max, 6b obbl.). Personalmente avevo già salito questo itinerario nell'ambito di un corso di formazione per guide alpine e ne ho approfittato per salire da capocordata i tiri che mi erano toccati da secondo :-)

martedì 12 agosto 2014

Monte Castello - *Io lei lui l'altra*

La situazione meteorologica di quest'estate ormai è più che chiara! È la variabilità a farla da padrona... occorre quindi ri-tarare il concetto di "bel tempo" ed accontentarsi di giornate con precipitazioni contenute. Oggi, insieme ad Ale, Arnaud e Pietro siamo stati sulla bella parete Sud del Monte Castello (Valle dell'Orco) per salire due degli itinerari più estetici del settore: Ale e Pietro si sono lanciati su *Imago* (che avevo percorso nel 2010 insieme a Riccardo B.) mentre Arnaud ed io li abbiamo affiancati su *Io lei lui l'altra* (340 m, 7b max, 6c obbl.).
Quest'ultima si sviluppa per tre tiri direttamente fino alla grande terrazza erbosa, per poi continuare sul bastione sommitale, all'estrema sinistra della parete. Si tratta di una difficile arrampicata di placca/muro, attrezzata a più riprese da A. Trombetta, F. Ferrari, L. Marraffa e E. Spreafico, terminata nell'agosto 2006. Nella parte alta corre sempre molto vicina alla classica *Imago*... in realtà la qualità della roccia e la chiodatura esigente fanno dimenticare la mancanza di individualità (e qualche vistoso errore di attrezzatura purtroppo non nascosto). Complessivamente quindi risulta una bellissima via, che richiede un buon livello per essere percorsa serenamente, destinata agli amanti dell'arrampicata granitica "moderna" (face, no crack).
Per quanto riguarda la valutazione tecnica delle singole lunghezze, confermiamo sostanzialmente i gradi assegnati da Adriano dopo la salita in libera del 2007 (con qualche piccolo ritocco verso l'alto sui gradi più facili). L1: 6b+, L2: 6c, L3: 7a+, trasferimento, L4: 4b, L5: 7a, L6: 6b+, L7:6c+, L8: 7a+, L9: 7b, L10: 7a. Complimenti ad Arnaud che è riuscito a salire in bello stile tutte le lunghezze (a comando alterno)... un po' meno al sottoscritto che ha ceduto sugli ultimi due tiri per male ai piedi fortissimo: accidenti alle scarpe nuove (e alla scalata su placca)! :-)
Peccato per la scarsa frequentazione della parete, nonostante la bellezza del luogo e della scalata! Consiglio ai futuri ripetitori (di qualsiasi itinerario in zona) di portare un po' di cordoni da sostituire alle soste di calata, che sono in uno stato a dir poco imbarazzante...

Materiale: corde da 50 m, 12 rinvii, 1 set completo di friends C3+C4 BD fino al #2 C4, casco.
Esposizione: Sud, caldo!
Avvicinamento: in circa 1.30 ore da Balmarossa seguendo la prima parte del sentiero per il rifugio di Noaschetta. Conoscendo la strada si può risparmiare anche una mezz'oretta...
Discesa: in doppia lungo la via, utilizzando anche qualche ancoraggio di *Imago*.

Primi metri della via per Arnaud.

Primo spit... non dico nulla, altrimenti risulto troppo noioso :-)

Arnaud azzecca la sequenza del terzo tiro (7a+).

Vista dall'alto sul quinto tiro (7a)... molto bello e con passo obbligatorio di decisione.

Primo fix bello alto sul sesto tiro... e partenza di non immediata lettura (6b+).

Vista da''alto sul settimo tiro (6c+): lungo e molto tecnico di piedi.

Ale e Pietro salgono di fianco a noi sull'altrettanto bella *Imago*.

Ottavo tiro per Arnaud (7a+), che azzecca senza indugi!

Nono tiro (7b): the pitch! Corre molto vicino al diedro di *Imago* ma mantiene comunque la sua individualità... bellissimo!

martedì 29 luglio 2014

Alcune riflessioni sull'attrezzatura delle falesie in Valle d'Aosta

Prendendo spunto da un recente spiacevole episodio accaduto in una piccola falesia della Valgrisenche, vorrei fare alcune considerazioni generali relative all'attrezzatura dei siti di arrampicata.
Illustro brevemente il fatto che mi ha spinto a scrivere questo post.
Scalando nel settore denominato *La Confession*, lungo la strada per la Valgrisenche, ho trovato un fix che ruotava in quanto il bullone era allentato. Purtroppo è un inconveniente abbastanza diffuso con il nuovo materiale inox. La parte destra della suddetta falesia infatti è stata interessata recentemente da una richiodatura completa di tutti gli itinerari con fix inox e catene longlife in sosta. Sono quindi salito con un attrezzo per stringere il bullone in questione e, con un po' di disappunto, ho notato che continuava a ruotare senza stringere: segno evidente che l'espansione del tassello non aveva funzionato. Con un rinvio ho quindi provato a strattonare a mano verso l'esterno il fix... ed è successo quello che nessuno vorrebbe che succedesse: si è sfilato completamente! La stessa cosa si è ripetuta qualche fix più in alto, con un altro tassello!
Ora, non credo che il mio braccio riesca a tirare 22 kN, quindi il fatto che ho appena descritto è l'esempio lampante della scarsissima tenuta di un ancoraggio mal posizionato. Piantando fix succede ogni tanto (soprattutto su rocce scistose) che l'espansione del tassello non prenda a dovere; dovrebbe essere cura dell'attrezzatore rimuoverlo e sostituirlo con uno funzionante. A volte però ciò non avviene, motivo per cui occorre essere sempre estremamente critici nei confronti del materiale a cui ci si appende!

Uno dei fix fuoriusciti nella falesia della *Confession* (Valgrisenche)

Purtroppo quello descritto non è un caso isolato tra le falesie abitualmente frequentate sul territorio della Valle d'Aosta. L'anno scorso, ad esempio, si era verificato un piccolo incidente (fortunatamente senza conseguenze) per la fuoriuscita di un fix nella falesia di Vollein, anch'essa interessata recentemente da richiodatura.

Si tratta di episodi che devono fare riflettere tutti i frequentatori delle falesie. Non sempre materiale nuovo e luccicante è sinonimo di sicurezza. Esistono determinate procedure per piantare un ancoraggio (meccanico o chimico); se non vengono rispettate, gli elevati carichi di rottura dichiarati dai produttori non possono essere rispettati!
Le problematiche relative al corretto posizionamento di un ancoraggio sono infinite. A partire dal punto esatto in cui viene collocato (come e perchè), fino alla corretta procedura di messa a dimora. Tutte cose che un attrezzatore dovrebbe ben conoscere... per evitare errori grossolani che, il più delle volte, vanno a discapito della sicurezza di chi ci si appende.

Approfitto per illustrare altri casi di lavori effettuati non proprio a regola d'arte. Sono solo alcuni esempi ma abbastanza rappresentativi anche per altri siti non menzionati.

In molte falesie si trovano moschettoni (grandi) di ferro non certificati posizionati in sosta. Dopo poco tempo non funziona più la chiusura della leva, diminuendo considerevolmente la tenuta fino a valori assolutamente non accettabili!

Falesia di *Excenex*: sosta costruita con ancoraggi chimici senza resina. Pericolo!

Falesia di *Excenex*: altra sosta costruita con ancoraggi chimici senza resina. Pericolo!
Falesia della *Confession*: riattrezzatura di una sosta con tasselli longlife mal posizionati e parzialmente danneggiati (riquadro rosso), vecchi tasselli non rimossi (cerchi rossi) e punta di un trapano piegata lasciata in loco (freccia rossa). Decisamente antiestetico!

Falesia della *Confession*: riattrezzatura di una sosta utilizzando una porzione di roccia poco solida (almeno per il punto più basso, inserito in corrispondenza di una evidente piccola discontinuità, vedi freccia rossa) e con vecchi tasselli rimossi in maniera grossolana e poco estetica (cerchi rossi).

Falesia della *Confession*: riattrezzatura con materiale inox nuovo... e qualche rinvio fisso con materiale di recupero! Un controsenso. Per risolvere il problema, bastava posizionare il fix poco più in basso.
Parete delle Guide (Cogne): riattrezzatura delle vecchie soste mediante aggiunta di nuovo materiale senza rimuovere il vecchio ancoraggio. Troppo materiale, confusionario, decisamente antiestetico: sarebbe bastato rimuovere tutto e piazzare un nuovo ancoraggio su due punti.

Parete delle Guide (Cogne): riattrezzatura mediante installazione di fix inox con applicazione di silicone a protezione di tassello e bullone. Decisamente antiestetico, poco pratico in caso di manutenzione e del tutto inutile visto che il tassello è già in materiale resistente agli agenti atmosferici.
Falesia *Gare Ovest* settore basso (Valgrisenche): stessa problematica dei tasselli fuoriusciti alla *Confession*, l'espansione non ha funzionato, andrebbe sostituito.

Falesia *Gare Ovest* settore basso (Valgrisenche): in questo caso il tassello è stato sostituito... ma andrebbe collocato un po' più lontano dalla porzione interessata dal vecchio tassello (e nascosto con della resina).

Falesia *Gare Ovest* settore basso (Valgrisenche): la distanza del nuovo tassello da quello sostituito è corretta... ma il vecchio sarebbe da eliminare e nascondere (antiestetico).


Ribadisco che sono solo alcuni esempi documentati; purtroppo ce ne sono molti altri che evidenziano una situazione eterogenea dell'attrezzatura delle falesie in Valle d'Aosta. Accanto a validi esempi di attrezzatura impeccabile si trovano casi molto grossolani con evidenti errori potenzialmente pericolosi e/o decisamente antiestetici.

L'obiettivo di questo post non vuole essere una sterile polemica nei confronti di chi ha svolto lavori che non possono definirsi a regola d'arte (errare humanum est...), ma sensibilizzare gli arrampicatori nei confronti di un argomento poco approfondito da un gran numero di fruitori delle falesie. Visto che l'alpinismo e l'arrampicata sono sport che si praticano a proprio rischio e pericolo, è bene essere informati su tutto.
L'unica considerazione che si può fare nei confronti di chi si accolla l'onere di sistemare vecchi itinerari di arrampicata (o aprirne di nuovi) è quella che bisognerebbe smettere di lodare e ringraziare, a priori e senza aver valutato la qualità dell'operato, chi lo fa. Nel momento in cui uno decide di ri-/attrezzare itinerari di arrampicata dovrebbe farlo con grande responsabilità nei confronti di tutti i fruitori e con altrettanto grande senso estetico. Lavori mal fatti, oltre ad essere brutti da vedere, sono pericolosi pertanto andrebbero evidenziati e corretti... non idolatrati oppure ignorati! In sostanza, la buona volontà non serve a nulla se non è accompagnata da rigore, precisione e serietà.

Colgo infine l'occasione per condividere un lavoro informativo che è stato fatto recentemente dalla Commissione Tecnica dell'Unione Valdostana Guide Alta Montagna sulla tematica della chiodatura. Si tratta di un piccolo compendio/promemoria destinato alle future guide alpine. Un piccolo passo nella conoscenza della materia, sperando che possa servire in futuro a perfezionare sempre più l'argomento. Il punto di partenza di questa dispensa, occorre specificarlo chiaramente, è stato il lavoro svolto da uno dei più meticolosi ed apprezzati chiodatori del ponente ligure, Marco Pukli: sul suo sito, nella sezione "articoli", si trovano due bei capitoli intitolati "Robe da chiodatori". La loro lettura sarà sicuramente di stimolo e ispirazione per le nuove generazioni di chiodatori...

SCARICA LA DISPENSA SULLA CHIODATURA 

Un piccolo sogno? Riuscire a sensibilizzare amministrazioni ed enti locali sul tema dell'arrampicata sportiva, in maniera da trovare i fondi necessari per una corretta sistemazione e manutenzione delle falesie... attività che finora è sempre stata svolta (tranne rarissimi casi) in maniera del tutto amatoriale. 
L'arrampicata sportiva conta sempre più adepti e dovrebbe essere considerata alla stregua delle altre attività turistiche di montagna su cui la Valle d'Aosta ha investito tanto e continua tuttora ad investire.