domenica 5 luglio 2020

Dolomiti - arrampicate varie

Quattro giorni di trasferta dolomitica, caratterizzata purtroppo da una meteo non proprio favorevole ma che ci ha lasciato comunque scalare tre un acquazzone e l'altro. Gli obiettivi sono stati forzatamente ridotti in funzione delle poche ore di bel tempo disponibili, quindi abbiamo percorso vie relativamente brevi e con poco avvicinamento. Fortunatamente le Dolomiti (e la zona del Sellaronda in particolare) offrono una scelta vastissima ed estremamente diversificata.
Il primo giorno abbiamo scalato *Icterus* (200 m, 6c+ max) alla I Torre del Sella; una bella via di H. Eisendle, inizialmente molto ardita e pericolosa ma richiodata quasi interamente a fix nel 2009. Ora si può scalare serenamente concentrandosi sui movimenti e non sulla paura di farsi male... Attenzione solo a seguire il giusto percorso, visto che nei paraggi ci sono altre linee: consigliabile consultare la relazione, facilmente reperibile anche sul web.
Il secondo giorno siamo andati a sfatare la diceria che la Vallunga sia bella solo per le cascate di ghiaccio. Il Ciampanil de Val ha tutte le caratteristiche che cercavamo e siamo andati a curiosare la bella *Lisa* (200 m, VII), aperta dallo specialista I. Rabanser. Va subito detto che la roccia, oggettivamente, non è delle più solide e che l'attrezzatura delle vie è interamente a chiodi normali. Premesse non proprio invitanti se non fosse che i gardenesi, autentici custodi del proprio territorio, hanno fatto un lavoro encomiabile di pulizia e attrezzatura, per rendere le vie piacevoli e divertenti, pur mantenendo quel pizzico di severità che le distingue dalle linee con fix in serie ogni metro. Riflettevo, tra me e me, sulla scelta di mantenere una chiodatura tradizionale, con chiodi normali sistematicamente cementati. La risposta che mi sono dato, a sensazione e senza essere un esperto di quel tipo di roccia, risiede nella solidità stessa; pensando di piantare un fix su quel terreno avrei molti dubbi sulla tenuta generale della porzione rocciosa circostante. Un chiodo normale invece sfrutta già le debolezze naturali senza alterare gli equilibri di una roccia così fratturata. Il fatto di cementarlo contribuisce sicuramente alla sua solidità e richiede meno manutenzione. Ribadisco, un gran lavoro dei gardenesi che richiede tanta esperienza: bravi!
Il terzo giorno, con il meteo in lento miglioramento, abbiamo percorso una via più lunga sul Sass Caimpac: *Solarium* (500 m, VI+). Si tratta di una via relativamente recente (1992) ma diventata ben presto una classica. Tra avvicinamento, arrampicata e discesa si compie un bel giro ad anello, molto suggestivo, con partenza/arrivo non lontano dal Passo Gardena.
L'ultimo giorno finalmente ha fatto capolino il sole... ma noi, per non perdere il vizio di arrampicare al fresco, siamo andati all'ombra delle Mesules :-) Impensabile per me lasciare le Dolomiti senza il consueto pellegrinaggio in questo settore che presenta un condensato delle caratteristiche che più mi piacciono nella scalata: qualità della roccia (un mix di Sardegna e Ceüse), stile di scalata (trad), comodo accesso, temperature fresche (ombra). Considerato il modesto sviluppo delle vie, è anche la location giusta da abbinare ad un lungo rientro verso l’altra parte dell'arco alpino. La scelta della via, questa volta, è ricaduta sulla bellissima *Geo* (200 m, VII max, VII obbl.). Un tiro più bello dell'altro, pochissime protezioni (tradizionali) in posto, quasi interamente da proteggere con un sapiente utilizzo dei friends ma soprattutto tutta da scalare in totale armonia con la roccia che offre un'incredibile sequenza naturale di prese. La difficoltà tecnica, qui, passa in secondo piano: si scala principalmente con la testa prima ancora che con le braccia. Partire con il pensiero che "tanto è solo 6b" è l'approccio più sbagliato che ci sia, almeno per me. Aprire una via del genere dev'essere stata un'esperienza fantastica; un priviliegio che è stato riservato al fuoriclasse A. Holzknecht nel 1987. Considerata la vicinanza della strada, se una via come questa fosse attrezzata a fix sarebbe "unta"; ringraziamo quindi ancora una volta i gardenesi per aver trasmesso un patrimonio arrampicatorio del genere, respingendo ogni tipo di contaminazione. In questo modo si ha la certezza di non trovare la coda sulle vie e di scalare in tranquillità... meglio ancora in autunno senza il continuo traffico automobilistico estivo.

I Torre del Sella, primo tiro di *Icterus*.
Via perfetta er riempire una mezza giornata con temporali imminenti.

Terzo tiro di *Icterus* (6c+) - purtroppo bagnato - che riusciamo a salire ugualmente senza cadere.

La Vallunga è conosciuta principalmente per le cascate di ghiaccio
ma offre anche alcune belle arrampicate. Avvicinamento al Ciampanil de Val.

Secondo tiro di *Lisa*, al Ciampanil de Val.

Il fondo della suggestiva Vallunga, visto dal Ciampanil de Val.

Settimo tiro di *Lisa*, un bel diedro (corto) strapiombante ma su prese generose.

Sass Ciampac, *Solarium*... non proprio al sole (meglio così).

Arrampicata classica dolomitica sul Sass Ciampac.

Verso la parte alta di *Solarium*.

Vista generale sul Passo Gardena dal Sass Ciampac.

Terreno facile ma da "corda corta", all'uscita della via per raggiungere il comodo sentiero di discesa.

Panoramica su una porzione delle Mesules.

Uno dei primi tiri di *Geo*, celebre via delle Mesules.

Uno dei tiri più belli di *Geo*, quello del tetto. Pura arrampicata trad su roccia da antologia.
(foto J. Perruquet)

Superamento del tetto con fondamentale tallonata destra.
Impossibile non pensare a Manfred Stuffer in freesolo, nel 2009! (foto F. Perrone)

L'estrema bellezza della via percorsa si legge chiaramente sui volti dei tre ragazzi.
Il panorama bucolico è la ciliegina sulla torta.


martedì 30 giugno 2020

Valsavarenche - Parete del Ciarforin

È un vero peccato che la Parete del Ciarforin si trovi in un luogo così remoto. Se fosse raggiungibile più velocemente sarebbe un reticolo fittissimo di vie. E ci sarebbe regolarmente la coda.
Forse però questa lontananza può essere invece considerata come un punto a favore che rende questo luogo unico e "di nicchia". In tempi in cui il distanziamento sociale è più che mai ricercato, la Parete del Ciarforin si pone come un obiettivo di pregio in un contesto ambientale tipicamente di alta montagna ma che non necessita di materiale da ghiacciaio. In realtà il vicino Rifugio Vittorio Emanuele II offre una base d'appoggio di tutto rispetto, per coloro che provengono da lontano o per chi desidera fermarsi due giorni per "ammortizzare" la salita.
Sulla Parete del Ciarforin si trovano vie con lunghezze comprese tra i 150 e i 250 metri, difficoltà medie comprese tra il 6a i il 6c, attrezzate a fix dove non è possibile proteggersi con protezioni veloci.
In due giorni di scalata, abbiamo percorso tre vie, tutte meritevoli di ripetizione: *The sherpa brothers* (250 m, 6c max, 6b obbl.), *Diedro Bionaz* (150 m, 6a+ max, 6a obbl.) e *I segreti del guardaparco* (6b max, 6a obbl.). Purtroppo è sfumato il piano che prevedeva la ripetizione di *Alison* sulla Punta Marco a causa della neve abbondantemente presente sopra i 3000 metri e in via di fusione con numerose porzioni rocciose ancora bagnate. Fattore da tenere presente per una eventuale visita, consigliabile quindi (tenendo conto di un andamento stagionale "normale") non prima della metà di luglio.

Materiale: 2 corde da 60 m, 10 rinvii, 1 set di friends fino a #3 C4 BD.
Esposizione: Sud, ad una quota di circa 3000 m
Avvicinamento: Pont - Rifugio Vittorio Emanuele - base parete, ben visibile dal rifugio in alto a destra. Sono 1000 metri di dislivello su sentiero... il tempo è soggettivo ;-)
Discesa: in doppia lungo le vie.

Vista d'insieme della parete.

Terzo tiro di *The sherpa brothers* (6c).

La parte alta di *The scherpa brothers* è un po' meno compatta dei primi tiri
ma permette di raggiungere la sommità della struttura.

Vista su Ciarforon e Monciair dalla parete,
con un pensiero rivolto ad Alessandro Bosio che amava tanto queste montagne.

L'ultimo tiro di *The sherpa brothers* era bagnato,
quindi percorriamo la fine di *L'esprit de la montagne* (6b).

La sommità del Ciarforin, in vista della "schiena d'asino" e del Gran Paradiso.

Tramonto al Rifugio Vittorio Emanuele II.

Primo tiro del *Diedro Bionaz*, nella parte destra della parete, quella più compatta.

*I segreti del guardaparco*, altra bella via su roccia prettamente granitica.

Ultimo tiro de *I segreti del guardaparco*, stessa roccia di Piantonetto.

Ancora un'immagine dell'estetico ultimo tiro de *I segreti del guardaparco*.

 

martedì 23 giugno 2020

Traversata integrale S-N della Grande Roëse, dal Colle di Leppe al passaggio di Bonplan

Giungendo ad Aosta dalla Bassa Valle, non si può fare a meno di notare in alto a sinistra il caratteristico Colle di Salé, ovvero la larga sella dal profilo regolare che si staglia contro il cielo a Est del Mont Emilius. Questa, in realtà, costituisce la parte finale di una bella cresta che culmina con i 3357 metri della Grande Roëse. Oggi siamo andati a curiosare questo angolo della Valle d'Aosta tanto visibile dal fondovalle quanto selvaggio nella realtà. Il motivo è da attribuirsi sostanzialmente alla lunghezza degli avvicinamenti e ai notevoli dislivelli da percorrere per raggiungere cime non famose e neppure molto alte.
In un periodo in cui il "distanziamento sociale" è più che mai d'obbligo, la scelta di un percorso come questo si è rivelata azzeccata. Nelle condizioni in cui l'abbiamo percorsa, la progressione è stata quella tipica del terreno misto, con una armoniosa alternanza di roccia e neve. Normalmente è preferibile percorrerla in stagione estiva avanzata, risparmiando così sul peso di ramponi e piccozza.
Inutile dire che la cresta è molto panoramica, in quanto si trova proprio in mezzo alla Valle d'Aosta, con una skyline che spazia dal Gran Paradiso al Monte Rosa, passando per Monte Bianco, Grand Combin e Cervino. Tecnicamente parlando, non oppone difficoltà di rilievo ma neccessita comunque una buona abitudine a muoversi su terreno esposto oppure su rocce poco solide.
La traversata classica sarebbe compresa tra il Colle di Leppe e il Colle di Salé, da dove si può rientrare direttamente al bivacco Menabreaz. Vista la bella giornata a disposizione, abbiamo deciso di proseguire verso Nord fino al termine della cresta vera e propria che presenta ancora qualche sezione interessante in corrispondenza della Torre di Salé. Il rientro lungo l'esposto sentiero che collega il vallone di Saint-Marcel a quello delle Laures (Bonplan) è degno di nota: camminare agevolmente su una traccia che sfrutta astutamente le debolezze di uno scosceso versante roccioso è un lusso!

Materiale: 1 corda da 20 m, 4 friends medi, ramponi e piccozza ad inizio stagione.
Esposizione: la cresta ha andamento N-S, in linea generale si sale al sole e si scende all'ombra. In realtà il sole è praticamente sempre presente, ma non negli occhi ;-)
Avvicinamento: il Colle di Leppe, dove inizia la cresta, si raggiunge in meno di un'ora dal bivacco Menabreaz alle Laures, ottimo punto d'appoggio per la traversata.
Discesa: intercettato il sentiero a Bonplan, seguirlo verso SW fino a ricongiungersi con quello di accesso alle Laures.

La splendida conca delle Laures che ospita il bivacco Menabreaz.

Salita al Colle di Leppe.

Sguardo verso Nord e il proseguimento della cresta, dalla Punta Garzotto.

Giornata splendida, neanche una nuvola.

In vetta alla Grande Roëse.

Dalla vetta della Grande Roëse, si scende verso Nord (foto F. Perrone).

Qualche passaggio di arrampicata non difficile lungo la cresta.

La piccola croce sulla vetta della Punta Junod, con lo sfondo della Grande Roëse.

Ancora tanta neve in cresta, che rende la progressione più "mista" che "rocciosa".

Ultima breve lunghezza di corda per raggiungere la sommità della Petite Roëse (foto F. Perrone).

Proseguiamo la traversata in cresta oltre la Becca di Salé, verso la Torre di Salé e il passaggio di Bonplan.

domenica 21 giugno 2020

Traversata dei Becchi della Tribolazione

La traversata dei Becchi della Tribolazione è uno degli itinerari storici di alpinismo classico nel Massiccio del Gran Paradiso, come testimonia anche la sua presenza all'interno del libro-cult di Giancarlo Grassi ("Gran Paradiso e Valli di Lanzo. Le 100 più belle ascensioni"). Nonostante ciò, però, il successo in questi ultimi anni non è probabilmente quello di decenni fa. La roccia infatti, pur essendo globalmente quella solida del Piantonetto, presenta in alcuni tratti porzioni non all'altezza della parete Est del Becco Meridionale, per non dire di roccia instabile. La conferma viene dalle poche ripetizioni di alpinisti che, nel bacino di Piantonetto, preferiscono confrontarsi con le belle arrampicate del Becco di Valsoera o della già citata Est del Meridionale.
Percorsa nelle condizioni in cui abbiamo affrontato questa cresta, con molta neve, assume i connotati di una salita di misto abbastanza impegnativa, da percorrere in molti tratti con i ramponi o senza per farsi strada tra le chiazze di neve (non rigelata purtroppo) che rendevano delicata la progressione.
Come sempre, accoglienza top al Rifugio Pontese con Mara, le sue ragazze e la cucina sempre di qualità.

Materiale: 1 corda da 60 m, 1 serie di friends fino al #2 C4 BD, ramponi e piccozza a inizio stagione.
Esposizione: la cresta ha andamento N-S pertanto si scala all'ombra e ci si cala al sole.
Avvicinamento: in circa 2 ore dal Rifugio Pontese alla bocchetta quotata 3152 m
Discesa: dalla cima del Becco Meridionale della Tribolazione ci sono due possibilità. Scendere con qualche calata e corda corta lungo la cresta SSO (via normale).

Vista generale dei Becchi durante l'avvicinamento.

La cresta inizia dalla "bocchetta" a Nord del Becco Settentrionale.

Un bel fessurino all'inizio della traversata.

Sguardo Verso Sud dal Becco Settentrionale;
si vede molto bene la larga fessura che caratterizza il Centrale.

Condizioni quasi invernali... ma con rigelo pressoché nullo.

La fessura della disperazione del Piantonetto,
come è stata ribattezzata la grande spaccatura sul Becco Centrale.

Un susseguirsi mai banale di calate e tiri di corda.

Ultime difficoltà prima di arrivare in vetta al Becco Meridionale.

venerdì 19 giugno 2020

Traversata integrale dalla Becca di Viou (parete SO, via *Gemelli diversi*) a Tsaat à l'Etsena Orientale

Nel periodo di transizione tra la stagione primaverile e quella estiva, quando in quota c'è ancora troppa neve oppure c'è scarso rigelo notturno, sono molto aprezzati tutti quei percorsi rocciosi situati attorno ai 3000 metri, di cui la Valle d'Aosta è ricca. Sono creste di media difficoltà tecnica ma molto interessanti sotto il profilo paesaggistico. Se poi, come in questo periodo, siamo anche alla ricerca di luoghi poco affollati, la cresta percorsa oggi è una buona alternativa da prendere in considerazione.
Per renderla alpinisticamente più interessante, abbiamo anche percorso una delle due vie "moderne" attrezzate ultimamente dagli alpini S. Cordaro e V. Stella sulla parete Sud Sud Ovest della Becca di Viou. La scelta è ricaduta su *Gemelli diversi*, semplicemente perchè avevo già percorso la seconda opzione (*L'aspiratutto*), l'anno scorso. In realtà, ci sarebbe da dire che ques'ultima è una via di roccia a tutti gli effetti, ben protetta e ben individuabile; consigliata. *Gemelli diversi* invece è nata come una via di misto moderno invernale; solo così si spiega l'attrezzatura in posto, che presenta (pochi) fix dove in realtà si utilizzano protezioni veloci oppure su tratti relativamente facili. Allo stato attuale, se ne consiglia una ripetizione solo nello stile in cui è stata aperta.
Dalla vetta della Becca di Viou abbiamo poi proseguito sul filo di cresta, inizialmente molto facile, verso il Mont Mary, la Tête d'Arpisson, la Punta di Senevé e le due punte di Tsaat à l'Etsena. Nell'ultimo terzo, la cresta diventa più tecnica, con il superamento di alcuni torrioni dall'aspetto poco invitante ma che poi lasciano intravedere sempre un passaggio agevole. Il più ardito è forse l'ultimo - Tsaat à l'Etsena Est - che oppone una sezione più difficile ma relativamente compatta per arrivare in vetta.
La discesa verso il Colle di Fana e il rientro all'Alpe di Viou, infine, non pongono problemi di sorta... se non quelli legati al considerevole sviluppo. L'anello completo andata/ritorno è stato registrato di circa 15.5 km, da noi portato a termine in circa 7.30 ore, senza correre.

Materiale: 1 corda da 50 m, qualche rinvio, una scelta di friends.
Esposizione: sulla Becca di Viou si arrampica a Sud Ovest, poi il proseguimento della cresta ha andamento verso Est. Praticamente sempre al sole.
Avvicinamento: il punto di partenza ideale è l'Alpe di Viou, al termine della strada sterrata che parte da Blavy (circolazione regolamentata). Da qui, raggiungere lungo comodo sentiero la base della parete Sud Sud Ovest della Becca di Viou; una piccola deviazione a sinistra in piano a circa 2500 metri di quota.
Discesa: terminando la traversata, come noi, a Tsaat à l'Etsena Est, si scende per sfasciumi al Colle di Fana e all'Alpeggio Senevé, dove un comodo sentiero riporta all'Alpe di Viou.

Una panoramica invernale della cresta in questione (foto Summitpost).

Primi metri di *Gemelli diversi* alla Becca di Viou.

Panorama sulla plaine di Aosta dalla via *Gemelli diversi*.

Dalla vetta della Becca di Viou si scorge tutta la cresta fino a Tsaat à l'Etsena. Il meteo, contrariamente a quello che sembra, ci ha assistito...

Classico terreno da corda corta.

Qualche passaggio aereo in cresta.

La cresta, nell'ultima parte, è un susseguirsi di torrioni rocciosi di roccia purtroppo non solidissima.

Vetta occidentale di Tsaat à l'Etsena; si scorge anche l'ometto della vetta orientale, di poco più elevata.

Tsaat à l'Etsena Est, che segna per noi il termine della traversata.

Rientro all'Alpe di Viou lungo un comodo sentiero panoramico (foto A. Vignal).

Panoramica del percorso effettuato.