sabato 8 novembre 2014

Rocca Sbarua - *Sull'orlo della notte + anguilla crack + fessura del belvedere*

La Rocca Sbarua è una delle storiche palestre di roccia dei torinesi... forse LA palestra per eccellenza. Nel corso di numerosi decenni - quasi un secolo, per la verità - è stata visitata da generazioni di scalatori/alpinisti che si allenavano per salite più impegnative in montagna. La posizione estremamente soleggiata, infatti, fa sì che il periodo migliore per scalare qui sia in inverno, quando le terre alte risultano impraticabili a causa della neve.
Attualmente la Rocca Sbarua è molto frequentata, soprattutto dai corsi di arrampicata, in virtù del terreno estremamente propizio all'iniziazione. La difficoltà media delle vie piuttosto modesta e l'attrezzatura standardizzata a fix attirano sicuramente molti arrampicatori. Il rinnovato Rifugio Melano contribuisce poi a rendere il luogo molto piacevole e accogliente: la vecchia struttura, poco estetica per la verità, è stata sostituita dal grande chalet "Casa Canada" utilizzato in occasione delle Olimpiadi Torino 2006. A proposito della vecchia struttura, non posso fare a meno di ricordare (grazie alle vecchie foto) il breve periodo trascorso insieme ai miei genitori in questi luoghi. Durante un inverno della seconda metà degli anni '70 hanno infatti gestito il rifugio, che però non era frequentato come oggi.
Tornando alla scalata, insieme ad Ale abbiamo salito una nota combinazione di vie in mezzo alle Placche gialle. Dopo aver percorso il primo tiro delle *Placche gialle* (6b) ci siamo diretti a sinistra per salire i due tiri di *Sull'orlo della notte* (6c, 7a+) che conducono alla base dell'ostica *Anguilla crack* (7b); siamo quindi usciti percorrendo la fisica *Fessura del belvedere* (6c) fino al ripiano sommitale. Il tutto si può riassumere sinteticamente così: 150 m, 7b max, 6c obbl.... o, meglio ancora, con "bellissimo"! In pochi tiri sono condensate quasi tutte le tipologie di arrampicata granitica. Peccato solo per la mancata libera dell'*Anguilla crack*, una fessura strapiombante assai ostica che non a caso è stata chiamata così: sicuramente da riprovare. Al termine, abbiamo poi fatto la visita di rito a due monumenti della storia dell'arrampicata torinese: lo *Spigolo Ellena* e la *Vena di quarzo*, saliti dalla cordata Ettore Ellena e Gabriele Boccalatte nel 1929 senza protezioni e con scarponi rigidi... precursori del boulder!

Materiale: 2 corde da 50 m, 12 rinvii, 1 friend #.4 C4 BD per proteggere la partenza dell'*Anguilla crack*.
Esposizione: Sud, al sole tutto il giorno.
Avvicinamento: in circa 30 minuti a piedi lungo una comoda mulattiera in falso piano.
Discesa: a piedi oppure in doppia lungo le *Placche gialle*.

Avvicinamento alla Rocca Sbarua, nei pressi del Colle Ciardonet

Il nuovo Rifugio Melano, aka "Casa Canada"

*Sull'orlo della notte*, primo tiro per Ale (6c)

Panorama sulla pianura dalla parete

Arrivo in sosta dopo il secondo tiro di *Sull'orlo della notte* (7a+)

Un chiodo storico marchiato CAI UGET alla base dell'*Anguilla crack*

Sono monotono e ripetitivo, lo so, però di fronte a certi scempi faccio fatica a rimanere indifferente. Chiaramente senza tutto quel ferro sarebbe perfetto... ma piuttosto che vedere un fix martellato così malamente, preferirei vederlo integro e piantato bene!

Partenza off-width sui primi metri della *Fessura del belvedere* (6c... meglio non sapere che grado sarebbe in Yosemite!)

*Fessura del belvedere*

Dalla cima delle "Placche gialle" la vista spazia sulla parte alta con gli storici passaggi in sequenza dello *Spigolo Ellena* e della *Vena di quarzo*

Storia del boulder: *Spigolo Ellena*, salito senza protezioni e con gli scarponi rigidi nel 1929!

1929: Ettore Ellena supera il "suo" spigolo... non esistevano i crash-pad, la corda serviva per evitare la caduta nel salto verso sinistra (fonte planetmountain.com)

Altro pezzo di storia: la *Vena di quarzo*, superata sempre nel 1929 da Gabriele Boccalatte senza protezioni. Solo successivamente è stato aggiunto un chiodo a pressione (ora spit) da Gian Piero Motti... inutile dire che per rispetto nei confronti dei primi salitori sarebbe da salire clean
Flashback: gennaio 1978, prime arrampicate in Sbarua con mio padre (foto P. Orsières)

domenica 2 novembre 2014

Tours d'Areu - *L'appel du barge* + *Cris et chuchotements*

Scalare alle Tours d'Areu in una fantastica giornata di novembre non ha prezzo: frequentazione nulla, temperatura e aderenza ottimali, solo noi e i gipeti!
Oggi siamo andati a dare un'occhiata ad una via non molto celebre ma assolutamente meritevole di ripetizione... *L'appel du barge* (200 m, 7b/A0 max, 6b obbl.) sulla quinta torre. Sale appena a sinistra dell'altrettanto bella *Aguirre*, nella zona più strapiombante della parete. A parte due brevi tratti nettamente più difficili (blocco di 7b sul primo tiro e traverso molto difficile ma azzerabile sul terzo tiro, probabile 7c), la via è straordinariamente omogenea attorno al grado 6b+. Tutte le lunghezze sono molto belle... ma una menzione particolare merita la fessura del terzo tiro: vedere per credere!
Mentre aspettavamo che Ale ed Elisa terminassero *La vie de garçon*, Miky ed io abbiamo poi finito la giornata sull'unica via della sesta torre interamente attrezzata: *Cris et chuchotements* (70 m, 7a+ max, 6b obbl.). Solo tre tiri ma di pregio, con una spettacolare terza lunghezza sul filo dello spigolo fino all'intersezione con *Maudit 13*.

Materiale: 2 corde da 60 m, 12 rinvii, casco.
Esposizione: Sud Est.
Avvicinamento: in circa 45 minuti da Doran, raggiungibile solo con mezzo 4x4.
Discesa: in doppia lungo le vie.

*L'appel du barge*: primo tiro (7b) per Miky

Vista dall'alto sul primo tiro (foto M. Amadio)

Di fianco a noi Ale e Elisa impegnate su *La vie de garçon*

Terzo tiro (A0/6b+) per Miky: un balcone sul Monte Bianco!

Quarto tiro (6b+)... una colata di cemento, simil-Wenden!

L'inconfondibile profilo della quinta torre, con lo strapiombo giallo dove corrono *L'appel du barge* e *Aguirre*

giovedì 30 ottobre 2014

*Goulotte del Pic Adolphe*

Autunno promettente per tutti gli appassionati di ghiaccio e dry. Le ottime condizioni delle goulottes in quota hanno scatenato una moltitudine di ripetizioni e di aperture (o ri-aperture) di linee insolite. La Combe Maudite, insieme alla zona della Tour Ronde, è stata presa d'assalto come non mai, complice anche la recente attrezzatura a fix delle soste di calata su alcune storiche vie. È con un pizzico di nostagia che ripenso alla solitudine di più di 15 anni fa, in occasione di una delle prime ripetizioni di *Surcouf* alla Pointe Androsace insieme a Stefano Bigio. Ora i tempi sono cambiati: ci sono arrampicatori ovunque, attratti principalmente dalla comodità e dalla sicurezza delle soste a fix, utilizzabili per calarsi velocemente da qualsiasi punto. La sicurezza prima di tutto, è vero; però l'idea che le nuove generazioni di apinisti si muovano solo dietro ad un trapano mette un po' di tristezza...
Fortunatamente però c'è ancora qualcuno che si lancia su percorsi fuori dalle masse: Enrico Bonino, Rudy Buccella, Jean-Marc Chanoine, Marco Farina, Remy Maquignaz, Ezio Marlier, Denis Trento, Giulia Venturelli... solo per citare i primi che mi vengono in mente. La loro attività è ben documentata sui social network e sul web in generale: apprezzabile sicuramente lo stile che li accomuna, ovvero puro stile "trad" con sapiente utilizzo di chiodi da roccia e protezioni amovibili. E sicuramente è la strada che tutti i frequentatori della montagna invernale dovrebbero seguire... per non perdere il patrimonio tecnico/culturale del passato e soprattutto in ragione di un approccio più umile e rispettoso nei confronti dell'alta montagna.

Tutta questa premessa per segnalare, accanto alle frequentatissime linee della Tour Ronde, una bella alternativa che quest'anno si è formata in maniera ottimale: la *Goulotte del Pic Adolphe* (250 m, II/5 M6), ripetuta insieme ad Ale.
Si tratta di una linea evidentissima, non molto lunga ma tutta da scalare sia su ghiaccio/polistirene sia su roccia/dry, con qualche passaggio verticale e bombamento molto interessante. I tratti di roccia sono ben proteggibili con una serie di friends e gli incastri di lama sembrano fatti apposta... In posto si trovano solo le soste utilizzate per la discesa in doppia (chiodi e spuntoni). Viti da ghiaccio inutili.

Non è chiaro se fosse stata salita in passato e da chi... Sicuramente il merito di averla rispolverata nel 2014 è di Jean-Marc Chanoine e Denis Trento che hanno inaugurato una serie di ripetizioni, tra cui la nostra. Non sapendo con che nome identificarla, i due hanno proposto *Grégory o Théophile?* ovvero il dubbio che tormentava Denis per il nome del suo secondo figlio che sarebbe nato a giorni! Probabilmente, considerato il dubbio sulla paternità della linea, sarebbe più corretto chiamarla genericamente come la *Goulotte del Pic Adolphe*: è una proposta...
Digressioni filologiche a parte, la cosa più importante è che il giorno in cui abbiamo salito questa bella goulotte è nato Grégory Trento per la gioia della mamma Fabienne, del papà Denis e della sorellina Severine :-)

Ora non resta che aspettare la riapertura delle Funivie Monte Bianco... nella speranza che qualche perturbazione attiva migliori ulteriormente le già buone condizioni delle vie di ghiaccio.


Materiale: 2 corde da 60 m,1 set completo di friends C3+C4 BD fino al #3 C4, una piccola scelta di chiodi da roccia e qualche fettuccia.
Esposizione: Nord Est, incassato.
Avvicinamento: l'attacco è evidentissimo, tra la *Salluard* e *Cache cache*, al Pic Adolphe Rey. 30 minuti con gli sci.
Discesa: con 4 doppie da 60 metri lungo la goulotte.

La linea è più che evidente... molto estetica!

Alla base del tiro chiave: bella sezione di dry (M6) seguita da un bombamento e da una stretta goulotte molto ripida

Vista dall'alto sulla seconda parte del tiro più impegnativo

Ultimo tiro (M4), praticamente tutto su roccia

Rientro a Punta Helbronner con le pelli di foca

domenica 26 ottobre 2014

Piccolo Dain - *Scirocco*

Nell'ambito delle giornate dedicate all'aggiornamento degli istruttori nazionali delle guide alpine ad Arco di Trento, insieme ad Arnaud siamo riusciti a inserire anche una bella via. Abbiamo visitato lo sconosciuto (per entrambi) Piccolo Dain, ovvero la bella parete che sovrasta l'abitato di Sarche e il pittoresco lago di Toblino.
La scelta è caduta su una via moderna... ma con un notevole valore storico: *Scirocco* (200 m, 7c max, 7a obbl.). Si tratta della prima via aperta da Rolando Larcher nel 1998 insieme a vari compagni, in cui ha sperimentato quello che è poi diventato il suo stile di apertura dal basso. Uno stile con semplici e precise regole, nel rispetto dei ripetitori, ovvero senza passi in artificiale nemmeno in partenza dallo spit appena posizionato.
A parte un tiro nettamente più difficile (il quarto, 7c), il resto della via è straordinariamente omogeneo per la gioia di chi possiede un livello consolidato di 7a a vista! La parete è molto soleggiata ma in questo periodo è possibile scalare piacevolmente beneficiando di un'ottima aderenza.
La via è interamente attrezzata con fix da 8 mm (piastrine Fixe), con anello di calata alle soste. Dalla cima, comunque, conviene di gran lunga scendere a piedi.

Materiale: 1 corda da 50 m, 10 rinvii, casco.
Esposizione: Sud Est.
Avvicinamento: in circa 40 minuti da Sarche, seguendo il sentiero che porta a Ranzo e che costeggia a sinistra la parete del Piccolo Dain. Giunti all'altezza dell'attacco, una traccia verso destra conduce alla base della via (corde fisse).
Discesa: comodamente a piedi lungo una traccia inizialmente esposta con qualche corda fissa, per poi ricongiungersi con il sentiero che costeggia a sinistra la parete. Calcolare 30 minuti dalla cima alla macchina.

Panorama da cartolina sul traverso del quarto tiro (7c) (foto A. Clavel)

Arnaud scala senza indugi il sesto tiro (7a)

Settimo tiro (7b): tutto da scalare, onsight... quindi bellissimo :-) (foto A. Clavel)

Vista dall'alto sul settimo tiro (penultimo)... con le ultime luci del sole

Vista generale del Piccolo Dain: *Scirocco* sale a sinistra del piccolo tetto marcato visibile in mezzo alla foto

giovedì 23 ottobre 2014

Pilastro Lomasti - *Via del 94°* originale & trad

L'arrampicata, come del resto anche altre attività, è alimentata dai sogni. Il personalissimo sogno odierno era quello di trovare il Pilastro Lomasti spogliato di tutto il contenuto inox infisso negli ultimi anni. Uno scudo compatto di gneiss su cui l'alpinista friulano Ernesto Lomasti aveva tracciato nel 1979, insieme a Enrico Ricchi, un coraggioso itinerario utilizzando pochissimo materiale, senza forare la roccia e spingendo al massimo l'arrampicata libera... con pesanti scarponi da montagna, per di più! Solo dopo qualche tentativo la via è stata ripetuta (con le scarpette) dai forti scalatori locals G. Azzalea e A. Cheraz che ne hanno confermato la bellezza e l'impegno. Con l'avvento delle vie "moderne" di Lino Castiglia negli anni '80, chiodate dall'alto, anche la via classica ha subìto un restyling con qualche spit per rendere più abbordabili i passaggi più esposti. Successivamente il tracciato è stato rettificato, probabilmente per non generare troppa confusione con le vie vicine... anche se in realtà sono queste ultime ad aver disturbato la via di Lomasti.
Considerato il ritorno in auge dell'arrampicata tradizionale (il cosiddetto "trad"), ho voluto provare a rivivere le stesse emozioni dei primi salitori, salendo la via nella sua integralità e solamente con protezioni amovibili. Nel corso degli anni purtroppo si è persa la memoria storica del percorso originale, che non è quello attualmente chiodato! Impossibile pensare che certi tratti indicati oggi come appartenenti alla *Via del 94°* siano stati superati nel 1979 senza utilizzo di chiodi a pressione... quando esistono a pochi metri di distanza fessure ben proteggibili. Il modo migliore per seguire il tracciato di E. Lomasti è quindi quello di immedesimarsi nel primo salitore e cercare le debolezze della parete e le fessure per proteggersi. Ci si accorge così che la via giusta passa più o meno nella porzione di parete attualmente interessata ma - nella parte alta dopo il traverso - incrocia *La rossa e il vampirla* e *Control... e vai tranquillo*.
Così percorsa, la via acquista un significato storico/tecnico piuttosto marcato pur rimanendo alla portata di un gran numero di arrampicatori, disposti però a mettersi in gioco e ad affrontare qualche tratto un poco expo ma su difficoltà contenute (6b max).
Piccolo compromesso a cui bisogna scendere, a favore della comodità prima ancora della sicurezza, sono le soste. È di gran lunga meglio utilizzare quelle a fix già presenti per non essere costretti, in qualche situazione, a sistemarsi in posizioni sconvenienti (ad esempio chinati su un terrazzino). Poi, ognuno - fortunatamente - è libero di organizzare la propria progressione come meglio crede...

Di seguito riporto una relazione scritta che spero possa aiutare a districarsi tra il dedalo di fix.

L1: la via originale probabilmente aggira a destra la grande placconata basale per raggiungere l'inizio del traverso. Noi abbiamo scalato una bella lunghezza all'estremità destra della placconata (vedi foto). Sosta a fix di *Vertigine*. Nessun materiale in posto. 6a.
L2: lungo traverso verso sinistra, molto esposto. Superata la grande scaglia rovescia, salire a moschettonare un chiodo e continuare a salire in diagonale verso sinistra. Traversare quindi orizzontalmente a sinistra fino all'albero de *La rossa e il vampirla*. Sosta a fix della *Rossa*. 1 chiodo in posto. 6b.
L3: dritti sopra la sosta fino a superare un piccolo bombamento, oltre il quale si raggiunge uno splendido fessurino ben proteggibile. Seguirlo fino ad una sorta di cengetta che si percorre a destra in direzione di un evidente pulpito con blocco staccato. Sosta a fix di *Control*. Nessun materiale in posto. 6a.
L4: salire verticalmente fino a moschettonare un chiodo a sinistra. Attraversare quindi a destra sotto un tettino fino al suo termine e alzarsi con un passo obbligatorio su tacche fino ad un buon terrazziono. Spostarsi a sinistra in direzione dell'evidente diedro fessurato con una piantina in posto e due chiodi. Al suo termine, alzarsi un poco verso sinistra superando un muro verticale a grandi buchi, non difficile ma esposto e poco proteggibile. Quando possibile, tornare a destra verso il bel terrazzo erboso. Sosta a fix di *Sylvie*. 3 chiodi in posto. 6b.
L5: scalare l'evidente diedro che si trova sopra la sosta. Giunti al suo termine, raggiungere il terrazzo con alcune soste in posto e continuare ancora lungo la linea diagonale fessurata verso destra che raggiunge la cima. Sosta a fix di *Sylvie*. Nessun materiale in posto. 5c.

Materiale: 2 corde da 60 m, 8 rinvii (allungabili), 1 set completo di friends C3+C4 BD fino al #3 C4, un set di tricam da #.5 a #1.5, casco.
Esposizione: Sud Ovest, sole nel pomeriggio.
Avvicinamento: in circa 35 minuti di cammino.
Discesa: in doppia lungo l'asse *Sylvie* - *Vertigine*.

Primo tiro per Ale. Piccola variante: l'originale aggirava a destra il grande placcone iniziale

Arrivo in sosta sul primo tiro, qui in comune con la via originale

Al termine del lungo diagonale del secondo tiro, il tiro più ardito della via

Terzo tiro, un bel fessurino in placca seguito da un facile traverso verso destra

Forse è l'unico posto in Valle d'Aosta dove si possono utilizzare con successo i tricam...

Luci autunnali e atmosfera tersa sul Pilastro Lomasti

Quinto tiro: un bel diedro regolare, ben proteggibile

Sesto ed ultimo tiro, facilmente concatenabile con il quinto

Il tracciato della via