sabato 13 settembre 2014

Grandes Jorasses - Parete Nord *Bonatti-Vaucher*

Arnaud impegnato lungo la *Bonatti-Vaucher* sulla Parete Nord delle Grandes Jorasses

Il cinquantenario della prima salita della via *Bonatti-Vaucher*
sulla parete Nord delle Grandes Jorasses (Punta Whymper)
Nell'agosto del 1964, in quattro epici giorni di arrampicata (e un bel po' di tentativi non andati a buon fine), Walter Bonatti e Michel Vaucher aprirono la via diretta allo sperone Whymper, sulla parete Nord delle Grandes Jorasses. Un itinerario estremamente difficile, dichiarato appunto ED... ma rivalutato a ED+ dai primi ripetitori: Pierre Beghin e Xavier Fargeas in prima invernale nel 1976, quindi ben 12 anni dopo la prima! Un raro caso di ritocco verso l’alto della difficoltà iniziale, considerato che normalmente avviene il contrario. Ora la Bonatti-Vaucher è classificata con i criteri moderni, sintetizzabili in: 1100 m, VI WI5 M6+ R. Una raffica di numeri e lettere che vorrebbe descrivere le difficoltà medie incontrate quando ci sono le giuste condizioni; in realtà probabilmente – nello stato attuale di chiodatura, con solo una piccola manciata di chiodi in posto – la definizione “estremamente difficile superiore” (nel vero senso della parola) è più che rappresentativa. Fino all'estate 2014, ovvero in quasi mezzo secolo, la via è stata ripetuta solo da sette cordate (compresa la solitaria dello sloveno S. Sveticic). Solo quest'estate, grazie alle condizioni generali della parete particolarmente propizie, di cordate se ne sono contate circa una decina (quasi tutte di francesi), segno che la via si sta affermando come un bel riferimento per l'arrampicata mista moderna di un livello leggermente inferiore a top-routes come *No siesta*, e segno anche che il livello tecnico (e dei materiali) in media si è alzato notevolmente e rapidamente. Il fuoriclasse François Marsigny - che ne ha effettuato la prima ripetizione in giornata nel 2007 - l'aveva collocata (in tutti i sensi) a metà strada tra la *Colton-McIntyre* e *No siesta*, ipotizzando giustamente che sarebbe diventata in futuro una “classica” per alpinisti preparati.
Quest'anno ricorre il cinquantenario della prima salita della *Bonatti-Vaucher* e devo ringraziare Arnaud Clavel per avermi proposto di salire questo itinerario che, in tutta onestà, non rientrava tra i miei progetti. Grazie a lui (e alla via) ho potuto ri-scoprire una piccola parte di storia di alpinismo moderno. Storie e aneddoti letti in gioventù, ma che avevo quasi dimenticato dopo la classica ubriacatura post-adolescenziale da letteratura di montagna.
La via in questione, conosciuta dagli alpinisti... ma neanche troppo, effettivamente è carica di significato e rappresenta qualcosa più che un percorso su una delle mitiche pareti Nord delle Alpi. Senza troppi giri di parole, si può dire che è la via che ha definitivamente allontanato Walter Bonatti dal grande alpinismo. I quattro tragici giorni passati in parete insieme a Michel Vaucher, tra scariche di sassi, frane, corde tranciate e ridotte a spezzoni da 18 metri, sono stati giudicati troppo “al limite” da Bonatti che, in quell’occasione deve letteralmente aver visto la morte in faccia. In occasione della sua ultima salita in inverno al Cervino, si considerava infatti già un ex-alpinista, che aveva temporaneamente aperto una parentesi per chiudere in bellezza la sua straordinaria attività.
Le circostanze drammatiche in cui si è svolta la prima salita dello sperone Nord della Punta Wymper sono ben note alle numerose cordate che avevano percorso in quei giorni il classico sperone Walker. Bonatti nel suo racconto del libro "I giorni grandi" narra di una fila continua di scalatori di fianco a loro, segno evidente che le condizioni per salire *la Walker* erano ottime. La stessa cosa però non si poteva dire della via che erano intenti ad aprire Bonatti e Vaucher, che presenta mediamente roccia meno sana. Tra le cordate presenti sullo sperone Walker sono da menzionare Romano Perego e Luigi Bosisio seguiti a ruota da Giovanni Brignolo, Andrea Mellano e Tino Albani. In quell'occasione, Mellano e Perego avevano terminato (primi tra gli alpinisti italiani) il celebre trittico delle pareti Nord delle Alpi: Cervino, Eiger e Grandes Jorasses.
Curioso rimarcare anche la presenza, dietro agli italiani, di una cordata mista composta da Yvette Vaucher, moglie di Michel e giustamente preoccupata per le sorti del marito, tra le prime donne a percorre lo sperone Walker.
Indubbiamente il 1964, sotto il profilo alpinistico, è stato un anno da ricordare per la parete Nord delle Grandes Jorasses. Esattamente come lo sarà il 2014 per la frequentazione eccezionale, soprattutto lungo la via *Colton-McIntyre*: fino a 15 cordate al giorno.

Piccola nota storico-personale a margine della prima salita della *Bonatti-Vaucher*
Se è vero che questa via ha profondamente segnato Walter Bonatti fino a spingerlo all'abbandono dell'attività alpinistica, c'è però un altro episodio – sempre datato estate 1964 – che lo ha deluso e amareggiato. Nell'ambito dei festeggiamenti per il decennale della prima salita del K2 da parte degli italiani Achille Compagnoni e Lino Lacedelli, fu pubblicato un articolo in cui Bonatti veniva sostanzialmente accusato di essere un traditore all'interno della spedizione guidata da Ardito Desio. L'articolo, apparso sulla “Nuova Gazzetta del Popolo”, era stato scritto da mio nonno paterno, Nino Giglio, che ho conosciuto da bambino solo negli ultimi anni della sua vita... troppo presto per comprenderne di alpinismo e soprattutto di polemiche. Inevitabilmente quell'articolo innescò una serie di eventi che portarono mio nonno anche in tribunale con accusa di diffamazione. La vicenda si concluse tre anni dopo con la vittoria della causa da parte di Bonatti e la pubblicazione di un articolo di rettifica in cui Nino Giglio rivelava la fonte delle affermazioni che aveva fatte sue: Achille Compagnoni.
A distanza di 50 anni, queste vicende mi suonano lontanissime, come una eco di un mondo d'altri tempi, per quanto le polemiche relative all'alpinismo di punta non manchino neanche ai giorni nostri. Probabilmente allora avevano una risonanza più nazional-popolare, ma i tempi però sono cambiati.
Di sicuro, la salita insieme ad Arnaud della via di Walter Bonatti sulle Grandes Jorasses mi ha fatto rendere omaggio e suscitare grande ammirazione per uno dei migliori alpinisti al mondo (se non il migliore) di sempre. Senza nulla togliere a Michel Vaucher, uno dei pilastri dell'alpinismo elvetico.

La *Bonatti-Vaucher* oggi
Come aveva previsto François Marsigny, questa via si sta avviando a diventare una classica di alta difficoltà. Dopo essere rimasta nel dimenticatoio per quasi mezzo secolo – per ragioni varie – gli alpinisti contemporanei hanno compreso la chiave per affrontare la via in sicurezza. Occorre cercare condizioni di buon innevamento nella parte bassa, che consentano di raggiungere agevolmente e piuttosto velocemente il cosiddetto “ragno” (un nevaio a circa tre quarti di parete, battezzato così da Bonatti per la somiglianza in piccolo con quello della parete Nord dell'Eiger). Da qui, infatti, ha inizio la sezione più difficile che bisogna affrontare dopo quasi 1000 metri di parete già superati, quindi non proprio in freschezza. Quest'ultima parte si trova raramente ben fornita di ghiaccio così da consentire una classica progressione in piolet-traction. Normalmente occorre invece affrontare alcune lunghezze molto difficili che richiedono un'ottima tecnica di dry-tooling e sensibilità sulle lame delle piccozze e sulle punte dei ramponi; il tutto su un terreno scarsamente proteggibile e a volte con roccia non proprio di ottima qualità. La direttiva generale è data dal fondo della logica linea di debolezza, diagonale verso sinistra, che solca a destra lo sperone Whymper.
Quasi sicuramente il tracciato originale di Bonatti e Vaucher in quest'ultima difficile sezione si discosta da quello attualmente seguito. Gli attrezzi di 50 anni fa non avrebbero consentito di salire dove si scala adesso; qualche metro a sinistra infatti è presente roccia, difficile ma chiodabile. Con il materiale da ghiaccio ultra performante in nostro possesso oggi possiamo invece cercare più proficuamente le incrostazioni di ghiaccio (terreno definito molto bene dai francesi con il termine placage).
Piccola nota sull'attacco della via. I primi salitori sono passati direttamente sotto la verticale del nevaio inferiore, lungo placche di misto piuttosto ripide e su roccia non sana. Attualmente invece si preferisce l'attacco classico dello sperone Croz (poco più a destra), che si abbandona dopo qualche centinaio di metri per seguire a sinistra una goulotte che immette sui nevai inferiori della via.
Come accennato in precedenza, ho percorso la Bonatti-Vaucher il 13 settembre 2014 insieme all'amico-collega Arnaud Clavel, in una giornata meteorologicamente perfetta che ci ha consentito una bella progressione piuttosto rapida: avanzando a comando alternato, siamo riusciti ad impiegare 13 ore dall'attacco fino in vetta, evitando così di utilizzare il (poco) materiale da bivacco che avevamo nello zaino. Abbiamo condiviso la salita con altre 3 cordate di forti alpinisti e guide alpine francesi, in un bel clima rilassato e collaborativo: condizione necessaria per rendere la giornata proficua e sicura.

Materiale: 2 corde da 60 m, 10 rinvii, 1 set completo di friends C3+C4 BD fino al #3 C4, un piccolo assortimento di nuts, 5 chiodi assortiti (principalmente lame), fettucce e moschettoni sciolti, piccozze e ramponi tecnici. Eventuale materiale da bivacco se non si è sicuri di uscire in giornata.
Esposizione: Nord.
Avvicinamento: in circa 2.30 ore dal rifugio Leschaux fino alla crepaccia terminale. L'attacco attualmente utilizzato è quello classico dello sperone Croz.
Discesa: inizialmente lungo lo sperone Whymper (corda corta e due brevi calate per raggiungere la via normale italiana) poi lungo il classico percorso che passa dal rifugio Boccalatte.